«GROOVE DENIED - Stephen Malkmus» la recensione di Rockol

Una 'libera uscita' più interessante di quanto si possa pensare...

Recensione del 25 mar 2019 a cura di Davide Poliani

La recensione

Dio benedica - per certi versi - le crisi di mezza età. Come quelle, per dire, che portano un quasi cinquantenne (parliamo dell'inizio di questo decennio, quando ancora il già leader dei Pavement non aveva doppiato la boa del mezzo secolo) che vent'anni prima aveva ridefinito il sound chitarristico off mainstream a prendersi due anni sabbatici per andare a sciacquare i panni nella Sprea e farsi contagiare dalla scena electro dell'ex città del Muro, come un qualsiasi neolaureato che voglia togliersi uno sfizio - o evitare un futuro rimpianto - prima di diventare grande. Eccolo qua, quindi, il disco elettronico di Stephen Malkmus, che - tecnicamente, nonostante le opere "in proprio" con i Jicks - è anche il suo debutto come solista.

Un debutto rudimentale, nella migliore accezione del termine: là dove, di solito, i profani alle prese con loop e sintetizzatori tendono a trasformare la ricerca sulla sonorità in un esercizio di puro autocompiacimento che il più delle volte si tramuta in un'aggressione a mano armata alla pazienza e alla bendisposizione degli ascoltatori, Malkmus non scorda di essere ciò che è sempre è stato - cioè uno degli autori più dotati della sua generazione - e piega senza troppi complimenti synth, Ableton e tutto l'arsenale elettro/digitale ai suoi disegni, sghembi come da tradizione.

Se "Come Get Me", "Ocean of Revenge" o "Rushing the Acid Frat" possono trarre - solo apparentemente - in inganno, facendo credere che Malkmus, per "Groove Denied", si sia limitato a sostituire la band - i Jicks o i Pavement, fate voi - con un multitraccia, qualche loop di drum machine e una master keybord, sono più probabilmente episodi come "Belziger Faceplant", in apertura, "Viktor Borgia" o "Forget Your Place" a dare la misura del progetto, con strutture ancora più astratte vestite con trame sintetiche a metà strada tra Kraftwerk e John Carpenter.

Ora, non c'è dubbio che "Groove Denied" sia un divertissement, e che quindi non abbia alcuna pretesa. E non è una novità che Malkmus, con l'elettronica, flirti - seppure in privato - già dai tempi dei Pavement. Eppure questa manciata di canzoni scritte e registrare in vacanza dal ruolo istituzionale di nume tutelare dell'indie/lo-fi aggiungono molto alla carriera di chi le ha firmate: libero dal confronto con gli ingombranti episodi passati e con tutte le licenze concesse al debuttante - benché di lusso - Malkmus, con "Groove Denied", ha dimostrato, divertendosi, di saper cogliere il punto anche su uno scenario diverso da quello al quale è inchiodato da un quarto di secolo a questa parte. Fossero tutte così, le crisi di mezza età...

TRACKLIST

01. Belziger Faceplant (04:24)
02. A Bit Wilder (03:15)
03. Viktor Borgia (03:33)
04. Come Get Me (02:29)
05. Forget Your Place (03:33)
06. Rushing The Acid Frat (02:27)
07. Love The Door (03:09)
08. Bossviscerate (02:40)
09. Ocean of Revenge (03:30)
10. Grown Nothing (04:20)
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