«GIOVENTù BRUCIATA - Mahmood» la recensione di Rockol

Mahmood, l’urban pop parla italiano: la recensione dell'album "Gioventù bruciata"

Quant’è elegante e stilizzata la malinconia di Mahmood. E quanta solitudine e fragilità ci sono nel suo album d’esordio.

Recensione del 22 feb 2019 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Quant’è elegante e stilizzata la malinconia di Mahmood. E quanta solitudine e fragilità ci sono qua dentro. “Gioventù bruciata” è un soliloquio, è un giro nella testa di un ventiseienne che rilegge pagine di diario, è un posto ben arredato. C’è un padre fantasma evocato attraverso una voce distorta fino a diventare spettrale. Ci sono Milano che d’estate sembra un bellissimo deserto, un Naviglio dove cercare il Nilo, la periferia che somiglia all’Africa. Ci sono canzoni costruite partendo dai ritmi e altre evidentemente scritte al pianoforte, strofe vuote e quasi rappate spazzate via da ritornelli pieni e cantati. “Finisco l’uramaki e vado via”, recita un testo. Perché le storie d’amore si chiudono anche così, di fronte agli avanzi in un ristorante in Paolo Sarpi, mica coi violini e i lacrimoni. C’è qualcosa di laconico e solitario in questo disco, una vibrazione fredda e moderna. E no, non è trap, è urban pop.

L’album d’esordio di Alessandro Mahmoud, vincitore di Sanremo 2019, non è apparentemente strutturato in modo organico, ma è il risultato della somma delle canzoni che nel corso degli ultimi cinque mesi si sono via via aggiunte alla tracklist, un pratica in sintonia con questi tempi di musica liquida in cui i dischi non sono fissati una volte per tutte, ma vengono aggiornati in base alle esigenze di mercato, ai ripensamenti dell’artista (“The life of Pablo”), agli scandali (“Art pop”). E così, nel settembre 2018, “Gioventù bruciata” era un EP di 5 canzoni e 16 minuti di durata. Poi la popolarità di Mahmood è cresciuta e con essa l’EP. A fine novembre è stata aggiunta la title track portata a Sanremo Giovani 2018. Nella settimana del festival è comparsa “Soldi”. Oggi “Gioventù bruciata” è un album composto da 11 canzoni, quelle già pubblicate più 3 inediti e la versione in studio del pezzo sanremese con Gué Pequeno ascoltato nella serata di venerdì.

Detto così sembra un collage, eppure “Gioventù bruciata” ha una sua coerenza di fondo e una sua poetica precisa e contemporanea. Come tanti dischi d’esordio di cantanti che sono anche autori o co-autori, l’album offre uno spaccato coerente del mondo di Mahmood che in virtù della vittoria a Sanremo potrebbe diventare il prototipo di una nuova generazione di voci italiane che per background ed età non strizzano l’occhio al vecchio pop e preferiscono usare strutture, colori e ritmi digitali che fanno sembrare la canzone tradizionale vecchia e antistorica. E insomma è toccato a un outsider portare nel nostro mainstream un’idea di soul e R&B alternativi – e del resto uno degli artisti preferiti da Mahmood è Frank Ocean. È vero che in “Gioventù bruciata”, oltre a qualche passaggio arabeggiante, ci sono echi trap nei suoni e c’è il tocco di Charlie Charles, che è uno dei punti di riferimento del genere (Sfera Ebbasta, Ghali, Tedua, Dark Polo Gang, Izi). Ma Mahmood è anzitutto un cantante soul che sfrutta l’espressività del timbro, del colore della voce, del fraseggio già maturo, dei melismi leggeri, mai eccessivi.

Suoni e composizioni sono curati da produttori e beatmaker (oltre a Charlie Charles, Dario Faini, Ceri, Katoo, MUUT) e co-autori (i citati più Francesco Fugazza), a cui si affiancano due ospiti, vale a dire Fabri Fibra in “Anni ’90” e Gué Pequeno. I tappeti sintetici, i ritmi frammentati, i sintetizzatori, i beat che si “aprono”, il pathos fatto crescere e poi smorzato sono messi al servizio di una poetica delle piccole cose, di un’idea di canzone che procede per frasi musicali essenziali e impressionistiche, per immagini sintetiche ed evocative. A dispetto del titolo, questo non è un album di storiacce drammatiche, ma di vicende raccontate con un registro colloquiale: i conflitti famigliari, i rapporti interpersonali, i ricordi, gli amori e Milano. A proposito di “Gioventù bruciata”, in copertina Mahmood strizza l’occhio a James Dean e alla scena del latte del film del 1955. Il cantante dice che nell’attore americano legge la sua stessa invincibile malinconia.

C’è “Soldi”, naturalmente. E ci sono “Gioventù bruciata” e “Mai figlio unico” che sono legate concettualmente alla canzone che vinto a Sanremo. Altri autori, in altri tempi, avrebbero trasformato un pezzo sul rapporto conflittuale col padre in un melodramma. Non Mahmood, che canta le stesse cose, ma con stile, usando una struttura non tradizionale e quei due battimani, un gesto musicale elementare che ha finito per caratterizzare “Soldi” e diventare iconico sul palco di Sanremo, giacché nella versione in studio il doppio clap è decisamente meno enfatizzato (a questo link c’è un'interessante analisi musicale del pezzo scritta dal giornalista Federico Pucci).

È tutto piuttosto fighetto e perfetto per catturare l’attenzione di chi gioisce ogni volta che sulla scena pop s’affaccia qualcuno che fa urban in Italia. Ascoltando “Gioventù bruciata” capita di desiderare composizioni più elaborate, qualcosa di più viscerale di questi suoni digitali gelidi e precisi, dinamiche diverse. Però Mahmood ha un suo mondo, una bella storia da cui partire e tutta una vita davanti.

 

TRACKLIST

01. Soldi (03:15)
02. Gioventù Bruciata (03:17)
03. Uramaki (02:56)
05. Anni 90 (feat. Fabri Fibra) (03:17)
06. Asia Occidente (03:49)
07. Remo (03:08)
08. Milano Good Vibes (02:58)
09. Sabbie Mobili (03:10)
10. Mai Figlio Unico (02:58)
11. Soldi (feat. Guè Pequeno) (03:06)
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