«MAX GAZZE' - Max Gazzè» la recensione di Rockol

Max Gazzè - MAX GAZZE' - la recensione

Recensione del 20 mar 2000

La recensione

Ovvero come passare da un album di Max Gazzè ad un album alla Max Gazzè.

Gazzè è un talento, e su questo non si discute. Il suo arrivo sulla scena musicale italiana - avvenuto dopo una lunga gavetta e parecchie performances per altri - ha offerto visibilità e spazio ad una musica metricamente originale (se non innovativa), ad un uso intelligente e talentoso delle sonorità, a un modo di prosare testi poetici che sembra d’altri tempi, ad una idea artistica convinta e, in quanto tale, intoccabile. Se nel suo primo album, “Come un’onda del mare”, questo talento – evidente in brani come “Quel che fa paura”, “L’eremita” – si sbriciolava ogni tanto contro l’ardua impresa di mettere in musica desideri, necessità e velleità probabilmente accantonate in anni di musica (e ciò nonostante stiamo parlando comunque di un ottimo lavoro), più semplificato e solare appare il contesto proposto nelle canzoni di “La favola di Adamo ed Eva”, secondo album spinto in avanti dalla splendida noncuranza di “Cara Valentina”, dal duetto con Niccolò Fabi su “Vento d’estate”, da canzoni ottime e complete come la title-track, da “Raduni ovali” e “Una musica può fare”. Non mancavano anche qui momenti maggiormente ‘oscuri’, derivazioni dirette del suo precedente lavoro o di una natura artistica che innegabilmente gli appartiene e che a tratti sembra quasi il contraltare perfetto di melodie e aperture gaie e solari come quelle dei suoi brani più famosi. Ma intanto in molti si sono chiesti chi fosse quel tipo con la faccia d’attore capace di incantare platee con parole strane, melodie sghembe incrocio di filastrocche e finte dissonanze, una voce dolce e un basso che urla.
Gazzè è un talento. Ascoltate l’inizio di questo terzo album, “Poeta minore” («Io musico te soltanto e mentre canto/la mia pelle sembra frigger come burro/dentro suoni di padelle/questa è un’arte tua e del tuo bell’eroe francese/lui altro mai non chiese che una donna da salvare/ e invece è me soltanto che ha salvato»), una canzone perfetta per parole e musica, la firma di uno stile inconfondibile, appoggiato e garantito anche dalle successive “Su un ciliegio stanco”, “Il timido ubriaco”, “A”, “Se piove”, “L’uomo più furbo”... a questo punto dell’album, però, succede qualcosa: e cioè, ci si accorge che ci si sta accorgendo di trovare tutte le canzoni molto simili tra loro. La direttiva ritmica è quella di “Una musica può fare”, o, se volete, di una “Vento d’estate” lievemente accelerata, le parole – anche qui cruciale appare la collaborazione con suo fratello, da sempre coautore dei suoi testi/poesie – scorrono veloci e piacevolmente anacronistiche nella scelta dei termini e delle atmosfere, gli arpeggi di chitarra e i giri di basso sono sempre in evidenza così come gli innesti di elettronica – minimi - che caratterizzano alcuni passaggi. L’ascolto viaggia piacevole, insomma, ma il dubbio di trovarsi di fronte ad un album monocorde non svanisce ascoltando la seconda parte dell’album, ancora una volta dedicata a quel mondo più defilato e impenetrabile che fa parte della musica di Gazzè. “Del tutto personale” e “Preferisco così” iniziano a confondere un po’ le acque, rallentando il ritmo e dando spazio a visioni più evanescenti, “Elemosina” è scritta su un testo tradotto in italiano di Stephane Mallarme’ (poeta che ottiene l’onore della citazione anche in un altro brano, “Su un ciliegio stanco”), “La tua realtà” è un viaggio sonoro – e forse il pezzo più impegnativo dell’album, dal punto di vista musicale – compiuto con l’ausilio di Francesco Magnelli e Ginevra Di Marco, mentre “Adesso stop” chiude i giochi con una quartina significativa: «Un intero secolo di malgoverno e assoli di batteria/non se ne può più/ La rullata di metà assomiglia a un capitombolo per le scale/ma che senso ha?» Con il suo terzo lavoro Max Gazzè ha dato sicuramente vita al suo album più comprensibile e aperto, più ‘leggero’ se è vero che non ha esitato ad avvalersi della collaborazione del Maestro Peppe Vessicchio – nome sanremese per definizione - per quanto riguarda le partiture orchestrali di svariate canzoni, e anche il più ricco di immagini immediate. Soltanto, manca il brivido di una sorpresa, di un qualcosa che chieda di essere assimilato e digerito con gusto, e che nelle precedenti prove di Gazzè – forse anche per l’effetto novità – aggiungeva spessore alla sua musica. Ora siamo di fronte ‘ soltanto’ a tante belle canzoni, forse un po’ troppo uguali tra loro, tutte, inevitabilmente, alla Max Gazzè. E la monotonia si sa, anche la più piacevole, corre il rischio di stancare.
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