«THE KINKS ARE THE VILLAGE GREE - Kinks» la recensione di Rockol

Il disco "pastorale" dei Kinks compie 50 anni

Mega-ristampa per "The Kinks Are The Village Green Preservation Society"

Recensione del 28 ott 2018 a cura di Daria Croce

La recensione

["The Kinks Are The Village Green Preservation Society" compie 50 anni e il 26 ottobre la BMG ne ha pubblicato una deluxe edition in diversi formati. A tutto questo si aggiunge una mostra fotografica dedicata ai Kinks visitabile presso la Proud Gallery di Londra fino al 18 novembre. L'album, spesso indicato semplicemente come "Village Green Preservation Society" è il sesto in studio del gruppo inglese e l'ultimo inciso con la formazione originale: da lì a poco, infatti, il bassista Quaife avrebbe lasciato la partita. Questo concept album è ambientato in un villaggio inglese tradizionale e per alcuni è quasi un disco solista di Ray Davies, in preda a una forte nostalgia per tutto ciò che è "vecchia Inghilterra" e bucolico... un panorama mentale e ideale che Ray Davies stesso ha raccontato a Rockol in un'intervista].

“Fate piano con quella copertina se no mio fratello mi ammazza”, Andrew mette sul piatto “The Kinks Are The Village Green Preservation Society” mentre con la coda dell’occhio controlla Alex e Albert, “lo ha portato a casa la scorsa settimana, è uscito lo stesso giorno di quello dei Beatles”.
“Ah sì! Quello con la copertina tutta bianca… invece questo non lo conosco”, dice Albert maneggiando i Kinks.

Alex interviene prontamente per darsi un tono, “Sono quelli di ‘You Really Got Me’, con quel giro da paura”.
“Sì, ma questo è diverso”, incalza Andrew, “Mio fratello ha usato una parola che non mi ricordo ma voleva dire che sa di campagna”.
“Che cazzo vuol dire che sa di campagna?”.
“Boh, non lo so, ma a me piace. Diceva che si respira una malinconia strana, che sembra un disco allegro, ma non lo è. C’è una specie di nostalgia per come era l’Inghilterra una volta e mi ha fatto ascoltare pezzi come ‘Animal Farm’, ‘Big Sky’, ‘Sitting by the Riverside’... ha parlato anche di robe tipo ‘industrializzazione’, per farmi capire che adesso le cose sono cambiate e dovevo annusare com’era una volta”.
“Sarà, ma a me ‘sta roba da prati verdi, chiese e casette fa venire la nausea… dai metti su quello dei Beatles”.
“No, adesso vi sentite questo perché se vogliamo fare un gruppo non possiamo ascoltare solo Beatles, Stones e Who”
“E che c’è di male, se c’è già tutto lì?”.
“Albert sei una bestia”, Andrew aggiunge sogghignando, “Questo dei Kinks alla Regina non piacerà, ve lo dico io”.
“Sai che cazzo gliene frega alla Regina”.
“Dio santo Alex parla piano che se ci sente mia madre va fuori di testa, non le piacciono le parolacce e le sembra brutto parlar male della Regina”.

Andrew passa da un pezzo all’altro, ha già dato un assaggio dei primi tre ed è la volta di “Johnny Thunder”.
Questo mi piace, è un gran figo ‘sto Johnny”, Alex si illumina, “sembra quell’attore che piace un sacco a mio padre, Marlon Brando. Va pazzo per le donne, le moto ed è un vero duro. Marlon Brando, non mio padre”.

Andrew dopo un paio di minuti sposta la puntina: “Adesso sentite ‘Last of the Steam-powered Trains’, è un blues ma è divertente”.
Albert salta su “Ok, ma se dobbiamo ascoltare il blues, metti su gli Stones”.
Andrew sbotta: “Albert non puoi ascoltare solo gli Stones, cazzo, apriti un po’, guardati intorno. Voglio dire, i Kinks per me sono super, solo che li mettono sempre in un angolo. Lo dice anche mio fratello”.
“Ho capito, però, dai, sto disco mi ricorda ‘Sgt. Pepper's’”.
“Alex tu vedi solo i Beatles, Albert solo gli Stones e tra qualche anno rimpiangeremo di non aver amato altrettanto i Kinks. Sentite questa, per esempio”, Andrew fa partire “Starstruck”.

Il brano è leggero, ma la melodia tutt’altro che scontata e i passaggi armonici particolari: “Starstruck” è un pezzo pop esemplare. I tre non possono ancora saperlo, ma riascoltando quel brano dopo qualche anno, ci sentiranno dentro pure David Bowie.

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