NEWS   |   Pop/Rock / 09/10/2018

‘Village Green’ compie 50 anni: Ray Davies racconta l’album della rinascita dei Kinks. E della reunion dice che... – INTERVISTA

‘Village Green’ compie 50 anni: Ray Davies racconta l’album della rinascita dei Kinks. E della reunion dice che... – INTERVISTA

Accadeva cinquant’anni fa. I Kinks si mettevano alle spalle la stagione dei 45 giri di successo per trasformarsi in un gruppo da 33 giri. Accadeva in un album chiamato “The Village Green Preservation Society” che apriva, per la band inglese, la stagione dei dischi concettuali. In Europa si faceva il 1968, ma i Kinks non cantavano di lotta per le strade, ma di un’Inghilterra mezza reale e mezza immaginaria, un sogno bucolico ed eccentrico con il quale l’autore e cantante Ray Davies diceva addio all’innocenza e al gruppo stesso. Il 26 ottobre il disco viene nuovamente ristampato in una “50th Anniversary Edition” con un secondo CD di rarità, versioni alternative e inediti. Dal 4 ottobre al 18 novembre la Proud Gallery di Londra ospiterà una mostra fotografica dedicata ai Kinks. E la band sta valutando l’idea di una reunion. Ecco che cosa ci ha raccontato Ray Davies.

“The Village Green Preservation Society” è l’album ultra British dei Kinks. Nacque in reazione al fatto di essere stati banditi dagli Stati Uniti?
Diciamo che quello è stato l’evento catalizzatore dell’album, che ha finito per incapsulare le emozioni che provavo in quel periodo. Si fa riferimento a un luogo immaginario, Village Green, che nasceva dal ricordo di tanti posti diversi, ma in definitiva il disco raccontava la fine dell’innocenza e un Paese che si era perduto.

Tu non volevi distruggere, ma preservare.
A differenza di altri autori rock, non ero cresciuto col desiderio di ribellarmi ai genitori. Li rispettavo e ascoltavo i loro racconti della Seconda guerra mondiale. Un amico, che purtroppo non c’è più, era sopravvissuto ai campi di lavoro tedesco durante la guerra. Mi disse che per sopravvivere avevano dovuto preservare il loro morale e la loro dignità. Proteggere la loro cultura. Un insegnamento che non ho mai scordato.

“Village Green” è uno di quegli album che nascono dal tuo talento d’osservatore…
Ero stato uno studente d’arte e quel che avevo imparato lo misi nella scrittura delle canzoni. Per me le canzoni erano audio-ritratti. Non sapevo granché del songwriting all’epoca, mi limitavo a usare quel po’ di talento che avevo. “Village Green” non era che la visualizzazione dei miei sogni e della mia immaginazione. E arrivò in un periodo in cui noi Kinks decidemmo di non assecondare più il desiderio della casa discografica di farci incidere 45 giri di successo. Volevo portare la band a un altro livello. Volevo esprimermi, e proprio in quegli anni l’LP divenne una forma d’arte.

Tu avresti voluto fare un doppio, vero? E la casa discografica voleva pubblicarlo negli Stati Uniti in una forma diversa e col titolo “Four more respected gentlemen”, giusto?
Colpa della superficialità del marketing di allora, che pensava di venderne più copie per via dell’assonanza con l’EP “A well respected man”. E sì, io “Village Green” l’avrei voluto doppio, di materiale ce n’era a sufficienza.

Ti sentivi diverso, all’epoca?
Ero un ragazzo difficile e la scrittura di canzoni finì per definirmi e per liberarmi dal mio stato mentale. Avevo trovato un modo per esprimermi e sentirmi libero. L’atto di scrivere canzoni mi ha trasformato nella persona che sono. Se non avessi avuto il songwriting, mi sarei perduto.

Oggi “Village Green” è considerato uno dei dischi migliori dei Kinks, ma all’epoca non andò granché bene nel Regno Unito…
Ero convinto che quello sarebbe stato l’ultimo album dei Kinks. Volevo lasciare la musica e mettermi a fare l’artista. Nella ristampa c’è una canzone inedita, “Time song”, in cui canto di essere “vicino alla fine”. Mi riferivo alla fine dei Kinks. Doveva essere il nostro ultimo disco ed effettivamente lo è stato, se si considera la band originale. Alla fine della registrazione Pete [Quaife, il bassista] lasciò il gruppo.

E poi?
E poi mi resi conto che il mondo che avevo creato, beh, qualcosa valeva e che avrei potuto sviluppare i personaggi che lo abitavano. Così mi misi al lavoro su “Arthur”. Lo feci per amore della musica, non per la fama. Però quando tornammo negli Stati Uniti scoprimmo che era diventato un disco di culto.

Hai detto a BBC4 che i tre Kinks, ovvero tu, tuo fratello Dave e Mick, state facendo di nuovo musica assieme. Come vanno le cose?
Stiamo riascoltando del materiale per capire se c’è lo spirito giusto. Sai, una band è un team. Faremo un nuovo disco solo se dovessimo scoprire che quello spirito c’è.

E da solista?
Mi piacerebbe portare sul palco un grande evento dedicato ad “Americana”.

(Claudio Todesco)

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