«EGO:ECHO - Ulan Bator» la recensione di Rockol

Ulan Bator - EGO:ECHO - la recensione

Recensione del 12 mar 2000

La recensione

Se la prendono comoda gli Ulan Bator. Se la prendono comoda e non hanno mezze misure. I loro brani durano un massimo di 4 minuti, o un minimo di 6, scegliete voi. I pezzi partono, in una sorta di atmosfera carica e satura di chitarre, si svolgono incuranti della propria ripetitività, della quale fanno semmai un messaggio, il segno distintivo della propria natura, d’improvviso decollano nel furore degli strumenti, poi crollano nel suono minimo di poche note, ritornano, svaniscono. Difficile spiegare cosa sia, quello che ascolti, ma è sicuramente qualcosa di molto carico, di molto potente. Emozionante, lo chiamano “avant-garde rock”, ma l’idea è più intellettuale del risultato. Sarà che lo pubblica Sonica, quella dei CSI, ma vengono in mente proprio alcune direttive di quella musica, la sua ripetitività che lentamente si fa contenuto necessario, l’incedere di giri uguali a se stessi che lentamente lasciano emergere e liberare un ‘urlo’, nascosto e sempre meno trattenuto. E’ musica ipnotica, ma capace come poche di creare atmosfere cariche di energia intorno e sopra chi ascolta, rese ancora più dinamiche e potenti dagli interventi cantati e recitati di Amaury Cambuzat. Parole molto forti caratterizzano i testi, drammatici e ‘maledetti’, con qualche intuizione veramente azzeccata, come nel caso di “Santa Lucia” (“Il paradiso mi chiama/là dove non accade nulla/allora fuggo/risplendo sulle città/le inondo della mia luce.../perché sono la protetta/vostra madre.../elettricità”) e “Sorella violenza” (“E Sorella Violenza/dolce, mia cara/i tuoi morsi diventano severi/la pena lascia il posto alla sofferenza/ma tu resti la sola che io ami”). Un album e un gruppo di cui innamorarsi.
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