«PARTS OF LIFE - Paul Kalkbrenner» la recensione di Rockol

Il nuovo viaggio di Paul Kalkbrenner

“Parts of life” rimanda a un tempo in cui la musica elettronica era più semplice e disegna una traiettoria che va idealmente dal buio alla luce.

Recensione del 19 mag 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Un giorno, quando qualcuno allestirà una mostra chiamata “Taking Techno to the Masses”, uno spazio sarà dedicato a Paul Kalkbrenner. Il produttore, 41 anni a giugno, è diventato un personaggio di culto della scena tedesca una decina d’anni fa grazie al film “Berlin calling” e poi a un’ascesa costante culminata nella pubblicazione tre anni fa dell’album “7”, primo in classifica in vari Paesi europei ed entrato nella top 10 italiana prima che si cominciassero a conteggiare gli ascolti in streaming come copie vendute. Ora Kalkbrenner torna con un disco che viene presentato come il suo più personale e non è facile indovinare come e perché: “Parts of life” mette assieme 15 tracce quasi interamente strumentali di techno che evoca immagini ora tetre, ora euforiche.

A rafforzare l’idea che questi pezzi siano “parti di vita”, come suggerisce il titolo, in copertina c’è un dipinto a olio dello zio del produttore Paul Eisel, una natura morta con un casco da aviatore, una tromba, un sestante, una macchinina e un pacchetto di sigarette, libri, riviste, monete. È un’immagine che mette assieme suppellettili che potreste trovare nella casa di un eccentrico ottantenne e il più contemporaneo degli oggetti che abbiamo in tasca, un iPhone in ricarica con la ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer come sfondo. Kalkbrenner avrebbe potuto chiedere allo zio di inserire nel dipinto qualche oggetto simbolico degli anni ’80 e ’90, i decenni a cui si rifà parte della musica dell’album.

Con espressione non esatta, si usa dire che la musica strumentale è astratta. Sono i titoli, a volte, a suggerire un’intenzione o un sentimento, se non addirittura un programma, sebbene a volte siano scelti ex post. “Parts of life” elimina anche questa scorciatoia: l’album è diviso in quindici parti numerate in ordine progressivo da “Part one” a “Part fifteen”, dalla prima all’ultima lavorata in ordine di tempo. Per rendere le cose più complicate, le tracce non sono messe in fila nella track list secondo la numerazione, ma giustamente secondo l’idea di flusso che governa l’album che copre un arco che va dai suoni inquietanti di “Part eleven” a quelli festosi di “Part eight”. Kalkbrenner dice di averci messo un mese a trovare il giusto ordine.

Ci sono casse dritte, campionamenti di strumenti a fiato, house e soul, tastiere e beep, elaborazioni digitali gracchianti, ma anche suoni festaioli come quelli sintetizzati di “Part three” che fanno venire in mente la colonna sonora pacchiana delle scene di ballo della “Grande bellezza” di Sorrentino. La produzione essenziale rimanda a un tempo in cui l’elettronica era più semplice dal punto di vista ritmico e sonoro. In qualche episodio sembra quasi vi sia l’idea di corrompere o degradare i suoni, ma Kalkbrenner non usa tutte le possibilità manipolatorie del digitale e al posto di riempire l’album con microsuoni elaborati punta piuttosto sullo stato d’animo creato dal flusso sonoro che è assieme minimale ed evocativo e che disegna una traiettoria che va idealmente dal buio alla luce. È come se ci raccontasse una storia d’innocenza prima perduta e poi rivendicata.

In altre parole, “Parts of like” è una sorta di ritorno al futuro, per citare un progetto recente di Kalkbrenner dedicato ai pezzi con cui è cresciuto e che potrebbe avere influenzato quest’album. Se in “7”, il produttore usava tracce vocali di Grace Slick, Luther Vandross, D Train, qui voci, quando ci sono, hanno un carattere spettrale, sono manipolate e a volte rese quasi inintelligibili – vedi ad esempio “Part five”. Sono suoni che punteggiano la musica e suggeriscono un umore, come nell’attacco di “Part eleven”, nei fantasmi nella macchina di “Part fourteen” o nella filastrocca, diciamo così, di “Part two”. L’unica vera canzone è “Part six” dove una voce maschile (non è dato sapere chi sia) canta “This is what we livin’ for, we just have this and we need no more”. Un invito ad apprezzare la vita per quel che è?

Paul Kalkbrenner è una presenza discreta, ma ubiqua nella cultura pop contemporanea. Lo si trova nelle pagine delle riviste dedicate alla dj culture fino ai magazine icona del giornalismo americano. Di recente, ad esempio, è finito nella sezione Nightlife del New Yorker. Un giornalista l’ha seguito in una trasferta a Brooklyn, raccontandone la passione per cannabis e marijuana e in particolare la predilezione per le varietà Granddaddy Purple e Kush. “Odio l’alcol, ma fumo tutto il giorno”, ha detto il tedesco. “Parts of life” dà l’idea di essere un viaggio in parte nel passato di Kalkbrenner, per via dei suoni scelti, e in parte nel suo subconscio. Porta l’ascoltatore in certi angli bui, ma in definitiva è un’esperienza celebrativa.

 

TRACKLIST

01. Part Eleven (03:25)
02. Part Three (03:46)
03. Part Fourteen (04:48)
04. Part Seven (03:24)
05. Part Four (04:03)
06. Part Twelve (04:33)
07. Part Two (03:16)
08. Part Ten (03:45)
09. Part Five (03:55)
10. Part Fifteen (04:20)
11. Part One (03:02)
12. Part Nine (02:20)
13. Part Thirteen (04:35)
14. Part Six (03:52)
15. Part Eight (03:56)
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