«MACHINA / THE MACHINES OF GOD - Smashing Pumpkins» la recensione di Rockol

Smashing Pumpkins - MACHINA / THE MACHINES OF GOD - la recensione

Recensione del 28 feb 2000

La recensione

Il signore del castello torna ad affacciarsi. Di che umore è? Non pessimo, ma di sicuro cupo, e stavolta anche un po’ incattivito. Certo, prudenza suggerirebbe di non sbilanciarsi troppo rapidamente su un disco di Guglielmo da Chicago: per decifrare “Adore” ci era stato necessario qualche mese, e tuttora chi scrive queste cronache non è certo di aver trovato tutte le chiavi di quegli oscuri dungeons. Ma mentre riascoltiamo e riascoltiamo “Machina”, esterrefatti di fronte all’artwork assolutamente inquietante e comunque sprecato per i fogliettini di un cd, giriamo incerti attorno alla lugubre fortezza medievale. Attorno ad essa scorgiamo gli spettri della bassista D’Arcy (che ha salutato sbattendo la porta a fine registrazione), della signora Osbourne manager che ha fatto a cornate col lìder maximo del gruppo, e lo spettro antico del tastierista tossico cui è sopravvissuto il rientrante Jimmy Chamberlin.
Ma spettro ben più incombente è quello di "Mellon Collie and the infinite sadness", indicato come uno dei dischi-capolavoro degli anni ’90. A lungo, l’ombra di quell’enciclica, alle cui spalle vaga quella di “Siamese dreams”, si accanirà su critici e ascoltatori. Per quanto più possente e vitale rispetto ad “Ava adore”, “Machina” patisce il confronto, e non c’è mastro produttore Flood che tenga. E’ vero, c’è l’annunciato ritorno al rock, e non mancano gli spunti melodici e rabbiosi che avevano destato l’attenzione di tutti sul pelatone di Chicago, ma verso la metà del disco (73 minuti), la sensazione è che Corgan non sia uscito dalla sua personale “terra desolata”. Sono più vellutate le armonie di ispirazione gotica, ma sovente il cantante pare in cerca di punti d’appoggio. “Qui alziamo il volume tutti assieme; poi a metà stemperiamo con tre accordi in giro minore. Qui prendiamo dai Nirvana, qui dai Duran Duran (vedi ‘Raindrops and sunshowers’)”. Intendiamoci, di qualche pezzo (“Stand inside your love”, con la sua fragilità indifendibilmente pop, “Heavy metal machine”, quasi ironica) ci si può innamorare. Non mancano le delizie che fanno pensare (e non è un caso, oh no) all’ultimo album dei Cure per come, sia detto sottovoce e ai confratelli “dark”, Corgan come Robert Smith ci sa lisciare il pelo dalla parte giusta. Ma avvicinandoci al maniero, qualche crepa è ben visibile; ci riesce difficile capire cosa potranno provare i non discepoli, coloro che di “Mellon collie” avevano gradito le invenzioni, la forza, la personalità. Sul giudizio complessivo si ripercuote la lunghezza, perché dopo un po’ quella che sembrava magia (“Stand inside your love”) la si ritrova, ritentata, più avanti ma senza convinzione (“Try, try, try”), e dà l’idea di essere diventato mestiere nello stanco trascinarsi verso la fine (“Wound”, “The crying tree of mercury”). In tutto questo, le capacità vocali di Corgan sembrano se possibile peggiorate, e i testi sono quelli di uno che è rimasto troppo a lungo arroccato nella propria torre a fissare il soffitto (vedi “I of the mourning”, “Glass and the ghost children” - ma c’è l’imbarazzo della scelta). Pure, il fascino di questo vecchio castello riesce a colpire l’immaginazione, e induce a ripartire dalla traccia 1 per compiere di nuovo il viaggio. Non ci stupiremmo di veder diventare “Machina” un “cult” se non un grande successo, anche se attendiamo fiduciosi un fiume di interviste per capire cosa diavolo intende Corgan con questa macchinosa faccenda delle macchine di Dio.
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