«L'AMORE E LA VIOLENZA VOL.2 - Baustelle» la recensione di Rockol

Baustelle, cantare è d’amore: il secondo volume di "L'amore e la violenza"

In “L’amore e la violenza vol. 2” i Baustelle cantano d’amore con distacco aristocratico, tenendosi lontani dai cliché del pop italiano. Dal collage post moderno del primo volume al pop più lineare: la recensione

Recensione del 22 mar 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Non è che l’amore lo devi per forza cantare abbassandoti al suo livello, dice Francesco Bianconi. E perciò i Baustelle lo cantano, qui, con distacco aristocratico, ammiccamenti popular e quel po’ di maturità che li tiene lontani da certe banalità canzonettare. Niente dichiarazioni d’amore roboanti, né sentimenti esposti con passionalità affettata e nemmeno voci rotte dall’emozione. Non scatta alcun meccanismo d’immedesimazione, non ci sono melodrammi in cui rispecchiarsi. L’amore è una cosa in cui “come minimo ci scappa il morto” (ancora Bianconi). È sofferenza e annullamento di sé e molte altre cose. C’è ad esempio il momento in cui, finita una storia, si pensa con sollievo e leggerezza d’animo che finalmente si torna a “fumare, drogarsi, uscire a bere” e “fottere una donna” – una nuova s’intende. “L’amore è negativo” dice un’altra canzone in cui il protagonista chiede alla sua amante di chiamare Hitler e Donald Trump e i cattivi maestri che mai t’aspetteresti di trovare in una canzone d’amore. È vero che sono anche triangoli banali e storielle di risentimenti sentite mille volte, ma nei momenti migliori l’amore è qui cantato in modo elegantemente antiromantico.

L’album s’intitola “L’amore e la violenza vol. 2” perché è stato scritto durante il tour del disco uscito quattordici mesi fa. “Forse perché non si erano esauriti l’immaginario sonoro e le cose che avevamo da dire”, affermano i Baustelle. Sarà, ma questo secondo volume è decisamente diverso dal primo. Lo è nel modo in cui è nato, non come collage post moderno, ma come raccolta di canzoni scritte alla chitarra – e si sente. È diverso nei temi trattati, con testi d’amore e solo d’amore al posto del ritratto sfaccettato e caotico della contemporaneità offerto nel 2017. Questi sono “dodici nuovi pezzi facili”, annuncia il sottotitolo. Non è una collezione di momenti meta- in cui il citazionismo si fa metodo. È un disco più semplice, meno intellettuale, meno meditato, meno esilarante del precedente. “Più pancia e meno cervello”, dice Bianconi, ma  con melodie che rimandano a pezzi già sentiti, amati, consumati e senza l’estro, anche pacchiano, delle canzoni “oscenamente pop” dell’anno scorso.

A dirla tutta, qualche rimando a “L’amore e la violenza” c’è a partire dall’introduzione strumentale, che prende qui le forme di “Violenza” che la band definisce nientemeno che “un viaggio cosmico nel sound di poliziotteschi e horror all’italiana”. C’è “Tazebao” in cui le parole cantate da Rachele Bastreghi s’affastellano un po’ a casaccio, tipo “il cielo è un ematoma, mio padre è punk, ritorna Lassie a Casa Pound” (carino) o “la merda è una certezza, non piango mai, perché a produrla siamo noi” (orribile, ma camuffata da un effetto vocoder). C’è “La musica elettronica”, che nel titolo strizza l’occhio a “La musica sinfonica” dell’anno scorso, ma quella era una micidiale canzonetta pop, questo è uno strumentale interlocutorio. C’è un largo uso di sintetizzatori, come nel primo volume. Nelle note di copertina si citano una ventina di modelli, ma “L’amore e la violenza vol. 2” è un disco più chitarristico, a metà strada fra pop inglese e americano.

Pezzi come “Lei malgrado te”, “Jesse James e Billy Kid”, “A proposito di lei” (“Patty Pravo che canta i Blur”, dicono i Baustelle) fanno pensare a quest’album come al lato B di “L’amore e la violenza”. Ovvero, un’appendice minore, buone canzoni pop, anche canticchiabili, prive però dell’ambizione del primo volume. Vero è che la seconda metà del disco riserva cose migliori, fra citazioni citabili (“Una rivolo di sangue sulle labbra, due virgole di sperma sulla schiena”), l’idea di “L’amore è negativo” ispirata dalla lettura di “Eros in agonia” di Byung-Chul Han, la liberatoria “Perdere Giovanna”, che è poi la canzone sul tornare a drogarsi e fottere dopo la fine di una relazione. E ancora, il passo lento e nobile di “Caraibi”, che viene dall’epoca di “Sussidiario illustrato della giovinezza”, e infine “Il minotauro di Borges”, in cui si rilegge la storia di Asterione e che finisce con una bella coda strumentale, buona per immaginari titoli di coda.

Morale: i Baustelle del 2017 erano ambiziosi e folli, quelli del 2018 scrivono canzoni più lineari e tradizionali. Non sono più oscenamente pop. Sono pop e basta.

 

TRACKLIST

01. Violenza (04:54)
02. Veronica, n.2 (03:50)
03. Lei malgrado te (04:32)
05. A proposito di lei (04:00)
07. Baby (03:48)
08. Tazebao (03:53)
10. Perdere Giovanna (03:47)
11. Caraibi (04:35)
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