«MARBLE SKIES - Django Django» la recensione di Rockol

"Marble Skies": la sofisticata leggerezza del pop

Tra ballate techno e armonie vocali d'altri tempi, ecco il nuovo collage sonoro dei Django Django

Recensione del 01 feb 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Un colpo allo stile e due al sintetizzatore, come da prassi, nella bolla colorata dei Django Django. Arrivata al suo terzo album, la band art-pop britannica segue nel nuovo “Marble Skies” quella scia già indicata dalle precedenti sortite, con una bizzarra combinazione di vocalità sixties, psichedelia, ritmi surf e campionatori, spingendosi per l’occasione oltre i confini finora tracciati.

Come già nel disco d’esordio, per il quale il gruppo di ex studenti dell’Edinburgh College of Art si è conquistato una nomination al Mercury Music Prize come miglior debutto - con centomila copie vendute a conferma del risultato - la nuova uscita raccoglie le diverse influenze del quartetto, mescolando armonie vocali anni Sessanta e ritmica elettronica, ma beneficia in più occasioni di una rinnovata sensibilità sperimentale, sviluppata con la solita schizofrenia di fondo. Ciò che “Marble Skies” mette subito in chiaro è l’approccio dei Django Django per le soluzioni a mo’ di collage e le tecniche taglia-incolla evidentemente derivate dalle lezioni d'arte, che però, nel continuo rifrullo di idee e invenzioni, talvolta possono far perdere la bussola.

Con melodie istantanee, capaci di mettere subito in moto le dinamiche dell’album, “Marble Skies” vira fin dalle prime battute verso un'attitudine compositiva incentrata in gran parte sugli incastri del canto, sostenuti da un concentrato frenetico di intuizioni che saltano qua e là da una suggestione disco all’altra, in una miscela senza soluzione tra passato e presente. Dentro c’è un pastiche di citazioni e rimandi, tra elementi tipici del krautrock dei Can, svolazzi barocchi di Turtles e Zombies e qualche capatina in quel mondo cyber western esplorato con largo successo. “Marble Skies” quindi avanza di un tassello in quel mosaico iniziato nel 2012 e poi portato avanti con “Born Under Saturn”, levigando a dovere tutti quegli elementi che i ragazzi al tempo non erano riusciti a quadrare del tutto, rendendo così il puzzle giocoso ma anche estremamente fluido nel suo scorrere incurante di tanta esuberante piacioneria. Si viaggia così da un input all’altro, dalla spassosa marcia di "Tic tac toe", allo strambo latino americano affidato alla voce di Rebecca Taylor in “Surface to the air”, fino al picco onirico di “Sundials”, per una sorta di novello “Pet Sounds” in chiave elettronica.

C’è molto di questa sorta di neo-futurismo nel suono febbrile dei Django: da "Champagne", alla conclusione vaporosa di “Fountains”, il cuore sintetico del gruppo pulsa sicuro la sua voglia costante di orecchiabilità. Il legittimo sospetto che sorge però da un album perennemente scanzonato è quello di un’ostentata leggerezza, anche quando in realtà si tratta di un lavoro più complesso e stratificato di quanto non appaia in superficie. Tanto eccesso di smalto brillante lascia infatti sul campo qualche dubbio su un divertissement in apparenza senza rotta, per un assortimento che alla fine porta con sé, inevitabilmente, un certo vuoto di fondo. La nuvola sonora di “Marble Skies” è sì carica di energia positiva ma purtroppo è anche capace di diradarsi piuttosto in fretta.

TRACKLIST

01. Marble Skies (04:26)
02. Surface to Air (feat. Self Esteem) (03:41)
03. Champagne (04:43)
04. Tic Tac Toe (03:54)
05. Further (03:21)
06. Sundials (04:00)
07. Beam Me Up (03:31)
08. In Your Beat (03:49)
09. Real Gone (05:49)
10. Fountains (03:01)
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