«LINDBERGH - Ivano Fossati» la recensione di Rockol

Tutto su "Lindbergh", l'album di Fossati del 1992

Un disco che segna una nuova stagione per Ivano Fossati. Rimasterizzato e ristampato su vinile.

Recensione del 27 nov 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

…e un bel giorno arrivano gli anni Novanta: il cantautorato italiano è sopravvissuto agli Ottanta, spesso ripiegandosi su se stesso e chiudendosi in una dimensione solitaria (fatta di sguardi persi in un’interiorità che a pochi interessava e molti spaventava), e ora deve capire quale direzione – se necessario – intraprendere per affrontare il nuovo decennio.

È così che si potrebbe tratteggiare il background che porta alla nascita di “Lindbergh - Lettere da sopra la pioggia”, album del 1992 e numero 13 della discografia del cantautore genovese, che giunge a due anni dal precedente “Discanto”, il quale chiudeva in qualche modo la fase più rigidamente intimista/introspettiva di Fossati.

Con questo disco, che abbandona alcune farraginosità troppo letterarie del precedente, il cantautore fa i conti con il mondo che sta cambiando e, in particolare, con i venti di guerra terribili che soffiano anche molto vicino al nostro Paese: dall’operazione Desert Storm in Iraq ai sanguinosi conflitti etnico-religiosi che squarciano la Jugoslavia (e porteranno alla dissoluzione dello Stato).

È così che “Lindbergh”, ispirato – almeno in prima lettura – alle imprese del pilota Charles Lindbergh, protagonista della prima trasvolata atlantica senza scalo della storia dell'aeronautica, diviene anche una riflessione sull’umanità nella sua variegata natura, fatta di storie piccole, ma importantissime, spesso isolate e sconosciute; fatta di guerre da combattere nella dimensione quotidiana e non necessariamente con le armi in pugno; fatta di ribellione alle ingiustizie, ma anche di fallimenti e battaglie da affrontare a testa alta, pur sapendo di non avere possibilità di vittoria.
Poi sì, c’è anche la guerra vera, che viene toccata direttamente in tre episodi: una rilettura de “Il disertore” di Boris Vian, “Poca voglia di fare il soldato” e la lacerante/lacerata “Sigonella” (in cui il conflitto è una presenza aleggiante, che resta nell’aria nonostante lo scorrere del tempo).

Ma veniamo, infine, al pezzo che tutti conoscono, ricordano e magari canticchiano: quel “La canzone popolare” che apre il disco, ma – stranamente – non è esattamente il manifesto o la chiave di lettura dell’album, essendo marcatamente diverso dal resto dei brani inclusi. Eppure melodia, testo e impatto sono vincenti, tanto che da lì a qualche anno, nel 1996, sarebbe divenuto (col consenso dell’autore) l’inno per la campagna elettorale della coalizione di centro-sinistra (l’Ulivo) guidata da Prodi. Per certi versi è la traccia più debole del disco, con il suo incedere marziale, ma leggero e più disimpegnato; eppure, paradossalmente, è anche quello più noto, conosciuto e di successo. Ma tant’è…

“Lindbergh - Lettere da sopra la pioggia”, a 25 anni di distanza e in edizione rimasterizzata, su supporto vinilico, continua a farsi apprezzare nella sua solidità e fragilità: solidità in quanto lavoro compiuto di un artista che ha raggiunto una maturazione invidiabile; fragilità in quanto il mettersi a nudo e l’esplorare certi sentieri dell’umanità costituisce un’operazione in cui la sincerità è di rigore, pena l’affettazione e la falsità. Che non appartengono alla poetica fossatiana.

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