«TELLING STORIES - Tracy Chapman» la recensione di Rockol

Tracy Chapman - TELLING STORIES - la recensione

Recensione del 11 feb 2000

La recensione

Quattro accordi e una voce triste. Nel 1988 questo bastò a conquistare un mondo che, probabilmente, era inconsapevolmente alla ricerca di qualcosa da contrapporre all’orgia di technopop (Culture Club, Simple Minds, Belinda Carlisle, fate voi i nomi - non necessariamente i vostri bersagli preferiti) che aveva dominato gli anni ‘80.
“Telling stories” comincia allo stesso modo: quattro accordi, e una voce triste. Tracy Chapman non ha deviato dalla sua strada; anzi, è tornata al punto di partenza, ricostituendo col produttore David Kershenbaum lo stesso team che la proiettò, fragile “meteora”, alta nel cielo - e poi, dopo pochi mesi, in un limbo nel quale peraltro non ha mai dato segno di soffrire di depressione. Forse proprio questo è uno degli aspetti più affascinanti di questo ritorno: Tracy bussa alla porta con le sue nuove storie da raccontare, alla vecchia maniera. Non importa che in giro tutti siano più che convinti che, gattopardescamente (o Madonnescamente), “bisogna che tutto cambi, affinché tutto rimanga com’è”. Basi, campionamenti, iniezioni di world music, voci filtrate? Chissenefrega.com. Se mai nei dischi precedenti qualche deviazione dalla logica della chitarra a tracolla c’era stata, qui il punto d’arrivo è la dolce e sconsolata “First try”, cui si arriva per inesorabile sottrazione di strumenti. Oggi, ieri, domani, la Chapman afferma il proprio diritto a comunicare con una voce, una melodia e uno strumento. E naturalmente una storia da raccontare (anche se questo da noi conta poco: chi li legge più i testi delle canzoni?). Questo è quanto interessa alla cantautrice, da sempre. Bisogna vedere se questo interessa anche a noi, qui ed ora. Nel 1988 accadde. Può accadere nel 2000? Forse no. Ma dopo tutto perché no?
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