«LIVE ON - Kenny Wayne Shepherd» la recensione di Rockol

Kenny Wayne Shepherd - LIVE ON - la recensione

Recensione del 05 feb 2000

La recensione

Il blues è uno strano animale. E’ sempre uguale a se stesso, ma ci sono dei momenti in cui sembra azzerarsi e ripartire da capo. Questo fenomeno spesso succede quando arriva un nuovo artista in città, qualcuno che – come in un immaginario film western - entra d’improvviso in un silenzioso saloon, nel quale gli avventori – che si conoscono ormai sin troppo bene tra di loro – si girano a scrutarlo con curiosità. E’ successo tante volte, nel blues, dai tempi di Muddy Waters a quelli di Albert King, da quelli di Jimi Hendrix a quelli di Johnny Winter, è successo più di recente con rivelazioni vere (Steve Ray Vaughan, Jonny Lang) e presunte (Jeff Healey, Robert Cray, ugualmente deflagranti in inizio carriera, progressivamente in calo nel corso degli anni) del genere, torna a succedere oggi – ma potremmo meglio dire dal 1995, anno del suo debutto discografico – con l’arrivo di Kenny Wayne Shepherd. Classe 1977, ammericano di Louisiana, il nuovo guitar hero del blues ha 23 anni e fa venire le lacrime agli occhi per come suona duro e puro, inanellando riff e assoli uno via l’altro e lasciandosi un momento di tregua e qualche accordo di maniera soltanto nella conclusiva “Electric lullaby”, quasi uno scherzo al sapore di ninnananna. Per il resto versi scolpiti nella pietra, citazioni del blues rurale e di quello convulso ed elettrico tanto amato da Hendrix, in background il suo texano del grande Steve Ray Vaughan, l’uomo che gli ha cambiato la vita: Kenny aveva soltanto sette anni, infatti, quando i suoi genitori lo portarono ad assistere al concerto del grande bluesman (era quindi l’anno di grazia 1984), si arrampicò su un amplificatore e rimase lì fino alla fine del concerto: dovettero portarlo via a braccia. Predestinazione? Forse, ma di certo a sette anni in Italia se ti va bene i tuoi ti portano allo Zecchino d’Oro, e lì Steve Ray Vaughan non ce lo trovi. Questo per dire che anche l’ambiente familiare è stato importante, visto che suo padre è stato anche l’uomo che si è sbattuto per procacciargli un contratto con la Giant Records...In ogni caso questo ragazzo ha talento da vendere, come ben sanno negli States, visto che i suoi lavori sono finiti al primo posto nella classifica blues e gli hanno fruttato anche qualche Billboard Award. A questo punto sapete quasi tutto: quello che non immaginate ancora è quanto possa essere splendido questo disco, per davvero. Se vi piace il blues lo amerete ancora di più, se non vi piace il blues cambierete idea.
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