«LET'S PLAY TWO - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Pearl Jam, controrivoluzionari rock allo stadio

Il film celebra l'incontro fra baseball e musica, la colonna sonora offre uno spaccato di quel che oggi sono i Pearl Jam su un palco, ma non riesce a raccontare l’eccitazione di due concerti speciali.

Recensione del 07 ott 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Là fuori ci sono decine di bootleg ufficiali dei Pearl Jam, quasi uno per ogni concerto degli ultimi diciotto anni. E poi dischi dal vivo e DVD e spezzoni su YouTube. Là fuori c’è così tanta musica della band di Seattle che un live in più o in meno non fa differenza. O forse le performance contenute in “Let’s play two”, tratte dai due concerti del 20 e 22 agosto 2016 al Wrigley Field di Chicago, non hanno nulla di speciale - facendo la tara al fatto che la meno speciale delle performance dei Pearl Jam è comunque eccezionale e sopra la norma.

Se “Let’s play two” verrà ricordato negli anni a venire è per il bel film di Danny Clinch, dove baseball e musica rock trovano un terreno comune. La colonna sonora contiene diciassette canzoni che ogni caso rappresentano uno spaccato di quel che oggi sono i Pearl Jam su un palco: un gruppo di controrivoluzionari che lotta appassionatamente per tenere in vita il rock chitarristico, concerto dopo concerto.

La scaletta è costruita in crescendo e basata quasi interamente su brani precedenti il 1998. Si parte da “Low light” (con stonature fastidiose di Jeff Ament), “Better man” ed “Elderly woman behind the counter in a small town”, si passa attraverso una versione eccitata di “Corduroy”, si arriva ai classici di sempre, “Jeremy”, “Release”, “Alive”. Ci sono brani meno scontati tra cui “Inside job” (la “voce” che si sente all’inizio è quella azionata dall’eye-control dell’ex giocatore di football Steve Gleason, malato di Sla) e la B-side “Black, red, yellow” con Dennis Rodman sul palco. C’è, anche, la canzone chiave del progetto, la ballata folk “All the way” che Eddie Vedder ha scritto per la squadra di baseball dei Chicago Cubs.

Forse siamo viziati dalla possibilità offerta dai bootleg ufficiali di (ri)vivere un concerto dall’inizio alla fine. Ci sono dischi dal vivo e bootleg ufficiali dei Pearl Jam che raccontano in modo meraviglioso l’eccitazione di un concerto speciale perché si è tenuto in un luogo particolare o perché di fronte a un grande pubblico. È qui che “Let’s play two” si ferma: non restituisce la magia del suonare al Wrigley Field, così ben raccontata nel film, al di là di qualche variazione sui testi delle canzoni operate da Vedder. È strano, ad esempio, come “Black”, che in fondo è una canzone d’amore, assuma vari significati a seconda del luogo e del momento in cui viene eseguita. È stata suonata la scorsa estate a Firenze da Vedder e interpretata come uno struggente omaggio a Chris Cornell. Nella versione al Wrigley quel “we belong together” sembra rappresentare invece il sentimento di comunanza fra gruppo e pubblico.

Questo disco è la celebrazione di una lunga storia. I Pearl Jam sono una band di musicisti di mezza età che non devono più dimostrare nulla, se non il fatto d’essere ancora in giro. E allora è giusto che il disco si chiuda con la cover di “I’ve got a feeling” dei Beatles, che i Pearl Jam avevano usato come finale per un altro concerto a Chicago, nel 1992. Non è una versione particolarmente riuscita – Vedder gigioneggia un po’ troppo, come del resto fa in “Crazy Mary” e “Black, red, yellow” – ma contiene una variazione sul testo di Lennon-McCartney che fa capire che i Pearl Jam non hanno scordato da dove vengono. “Everybody misses Andy”, canta Eddie Vedder. Bello sentirlo dire diciassette anni dopo la morte di Andy Wood.

TRACKLIST

01. Low Light - Live (03:16)
02. Better Man - Live (05:15)
04. Last Exit - Live (02:34)
07. Black - Live (07:50)
08. Corduroy - Live (06:04)
10. Jeremy - Live (05:01)
11. Inside Job - Live (05:54)
12. Go - Live (02:49)
13. Crazy Mary - Live (06:22)
14. Release - Live (05:29)
15. Alive - Live (06:04)
16. All The Way - Live (04:02)
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