«SOUTHERN BLOOD (DELUXE EDITION) - Gregg Allman» la recensione di Rockol

Gregg Allman - SOUTHERN BLOOD (DELUXE EDITION) - la recensione

Recensione del 08 set 2017 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Gregg Allman è morto lo scorso 27 maggio, non ha quindi avuto il tempo per vedere pubblicata la sua ultima fatica solista. Il cancro al fegato che l’aveva colpito, purtroppo, alla fine l’ha avuta vinta. “Southern blood” esce postumo sei anni dopo “Low country blues” e a ben venti anni da “Searching for simplicity”. Tre album in venti anni, quattro se a questo conto ci si aggiunge “Hittin’ the note” della Allman Brothers Band. Gregg Allman avrebbe compiuto 70 anni il prossimo dicembre.

E’, per ora, l’ultima delle leggende passata a migliore vita. E una leggenda per quanti, come me, sono nati negli anni sessanta, lo era per davvero. Per quanti, come me, hanno fatto sogni e immaginato l’inconfessabile ascoltando i dischi di quel genere e di quel periodo musicale. Per quanti, come me, annoverano tra gli album feticcio “At Fillmore East” degli Allman Brothers e hanno mandato a memoria la storia ‘maledetta’ della morte del fratello Duane e di Berry Oakley a causa di un incidente motociclistico, a Macon, a un anno di distanza l’uno dall’altro, quasi nell’identico tratto di strada di questa cittadina della Georgia. A Macon, al fianco di Duane e Berry, è stato sepolto anche Gregg.

Questo southern man ha fatto parte di quella generazione che ha reso immortale il rock e che da qualche tempo ha iniziato a fare i conti con la caducità dell’essere umano  – anche se Gregg Allman era ancora relativamente giovane –  dopo averne testato i confini con una condotta di vita quanto mai sregolata. Il sipario cala ogni giorno sempre più su quanti hanno animato quel tempo irripetibile. Ora nuove leggende e nuovi eroi sono arrivati in città. Eroi che però non possono essere così definiti da quanti, come me, sono nati negli anni sessanta.

Ma infine com’è questo “Southern blood”? E’ il commiato di un grande musicista che sapeva non avrebbe avuto tempo a disposizione per un’altra chance. Il suo ascolto non può quindi essere disgiunto da questa fondamentale informazione. Per il saluto finale Gregg ha scelto come produttore Don Was e, simbolicamente, come studi di registrazione i Fame Studios a Muscle Shoals (Alabama), laddove gli Allman Brothers iniziarono la loro meravigliosa epopea. Come già il precedente “Low country blues” anche “Southern blood” è essenzialmente un album di cover, tranne la prima canzone del disco, “My only true friend”, da lui scritta assieme al suo più stretto collaboratore Scott Sharrard. I testi delle canzoni scelte per il disco fanno riferimento alla fine dell’esperienza terrena. Intendono essere un commiato e il consuntivo di tutta una vita. Grateful Dead, Bob Dylan, Tim Buckley, Willie Dixon, Lowell George, Jackson Browne – che si unisce a Gregg per interpretare la sua “Song for Adam”, a chiudere l’album – sono tra gli artisti scelti per rappresentarlo nel suo ultimo viaggio.

E allora com’è questo “Southern blood”? Non so quanta importanza abbia, ma è un bel disco. Intriso di malinconia.

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