«HIPPOPOTAMUS - Sparks» la recensione di Rockol

Sparks - HIPPOPOTAMUS - la recensione

Recensione del 20 set 2017 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Succede una cosa curiosa. Dopo 45 anni di attività discografica, e con 23 album all'attivo, un gruppo che ha vissuto sostanzialmente solo un paio di momenti di vera popolarità - intorno al 1974-75 con la tripletta "Kimono my house", "Propaganda" e "Indiscreet", e nel 1979 con l'epocale "N°1 in heaven", realizzato insieme a Giorgio Moroder - e che per il resto è rimasto sempre nel limbo della band di culto, sembra essere approdato allo status di "classico".

Lo scrivo perché tutte le recensioni che ho letto sulla stampa internazionale sono state pressoché concordi nel coro di elogi per i fratelli Mael, ormai considerati quasi dei monumenti del pop rock (per quanto sghembo). Sinceramente mi sarei aspettato che questo succedesse nell'ormai lontano 2002, quando gli Sparks pubblicarono quello che a mio avviso è il capitolo più sorprendente e più innovativo della loro lunga carriera, quel "Lil' Beethoven" che rimane un capolavoro poco riconosciuto.

Non escludo che questo succeda anche grazie a una mossa che si sarebbe potuta rivelare controproducente, cioè la "fusione" con i Franz Ferdinand negli FFS, concretizzata nel 2015 in un disco e un tour, che ha dato visibilità agli Sparks anche presso un pubblico del tutto nuovo e più giovane (e probabilmente anche presso una nuova generazione di giornalisti musicali).

Ovvio che un sostenitore di lungo corso del duo quale io sono non può che esserne contento. Ma proprio da estimatore di lunghissimo corso degli Sparks non posso tacere che questo "Hippopotamus", primo album di canzoni inedite dal 2008 di "Exotic creatures from the deep" (il successivo "The seduction of Ingmar Bergman", 2009, è stato un episodio atipico, una sorta di musical riservato a un pubblico di adepti), non è certamente uno dei vertici della produzione sparksiana.

Nell'album non mancano i titoli di pregio (cito in particolare "Missionary position", "What the hell is this time?", "I wish you were fun") ma nel complesso i meriti di "Hippopotamus" vanno ricercati più nella qualità dei testi e nella varietà delle tematiche trattate - vedi "So tell me Mrs. Lincoln aside from that how was the play?" e "Life with the Macbeths" - che nell'originalità delle musiche, che in sostanza percorrono strade già battute in passato, e (inevitabilmente) con un effetto di déjà vu che a noi seguaci affezionati regalano allo stesso tempo il conforto della familiarità e una piccola delusione per la mancanza di audacia innovativa. Del resto, Ron e Russel hanno rispettivamente 72 e 69 anni: che non se la sentano di correre troppi rischi, e che preferiscano rimanere - come scriverebbero i giovani recensori del giorno d'oggi - nella loro "comfort zone", non deve stupire più di tanto né deludere troppo. Dopo tanti anni di percorsi a zig zag e di sperimentazioni anche sorprendenti, non li si può rimproverare se per una volta si permettono di prendersela comoda.

 

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