«POP FROM HELL - Senzabenza» la recensione di Rockol

Un ritorno canonico per i Senzabenza

Dopo 15 anni un nuovo disco dei papà del flower punk rock italico. Bravi e concentrati, ma la formula funziona ancora?

Recensione del 24 mag 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Senzabenza: i papà del flower punk rock (un movimento tutto italiano, da loro inventato nei primi anni Novanta). Sono stati una delle band più promettenti del panorama nazionale in ambito punk/pop punk, con tutti i numeri e le carte in regola per diventare magari non dei big, ma almeno una realtà solida e riconosciuta… eppure non li abbiamo mai visti (a parità di esempi tipo Prozac +, tanto per citare un nome non esattamente contiguo, ma simile per sensibilità musicale e collocazione temporale) assurgere all’onore delle classifiche o della fama leggermente più mainstream.

Non per nulla questo “Pop From Hell” giunge a 15 anni dal precedente “Uppers” e a 18 da “Vol. 4” (l’album su Ultimo Piano/Sony con cui tentarono la carta del cantato in italiano e finirono per fare – con tutto il rispetto – un proverbiale buco nell’acqua)… insomma, questa sembrava un’avventura se non finita (la band ha continuato a suonare dal vivo, anche se sporadicamente), almeno decisamente piazzata in frigo nello scomparto dei cibi a lunga conservazione da tirare fuori chissà quando… ma Sebi Filigi, chitarrista e anima della band, ha deciso di dare uno scossone al progetto dopo tanto tempo. E il risultato è decisamente in linea con quanto si possono aspettare i fan della prima ora, senza troppi richiami al periodo più “buio” della band.

“Pop From Hell” è un album di punk melodicissimo e pop, con pesanti iniezioni di beat e power pop. Pezzi dai ritornelli memorizzabili facilmente, riff contagiosi, tastierine beat che fanno capolino a destra e a manca, un certo mestiere nella costruzione dei brani… c’è tutto, diciamolo chiaro e tondo. Possiamo decisamente lanciarci in un “Bentornati Senzabenza”, sì.

Il punto è che il pop punk molto pop, come il loro, per quanto magistralmente eseguito e assemblato, suona sempre più datato e un filino noioso. Paradossalmente è invecchiato meglio il punk catarroso più tradizionale, forse capace di convogliare rabbia banale, ma universale, in maniera sempre fruibile. Melodia e tocco da maestri pop finiscono per annoiare velocemente, in ambito di musica energica ed estrema: sarà che i tempi sono duri e non è facile trovare lo spirito giusto per godersi la leggerezza.

Quindi, un bel ritorno, ma cui prodest? Speriamo almeno che si divertano un mondo e facciano divertire chi va a vederli. Sarebbe già un gran risultato, nella devastazione imperante.

Nota: in ogni pezzo suona un bassista diverso, di varie formazioni italiane. Il risultato è una sorta di disco “all stars”, in cui si alternano musicisti di varie band più o meno note.

TRACKLIST

01. London Town (03:08)
02. A Streetcar Named Desire (03:33)
03. Do You Wanna Bring Me Down (02:38)
04. Someone (03:00)
05. Chinese Takeaway (02:30)
06. Pop from Hell (02:17)
07. She is Gone Again (01:55)
08. Solitary Man (03:01)
09. Never Really Hurts (02:51)
10. I Only Need You on Saturdays (03:19)
11. Suzanne (02:29)
12. You Told Me Lies (02:36)
13. Mrs Lucy Simmons (03:08)
14. Father Jack (02:14)
15. She is Just a Runaway (02:48)
16. 10-Day Holiday (02:35)
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