«DARKDANCER - Les Rythmes Digitales» la recensione di Rockol

Les Rythmes Digitales - DARKDANCER - la recensione

Recensione del 24 gen 2000

La recensione

Appartiene alla scuderia della Wall of Sound ma non fa big beat. E’ inglese ma si fa chiamare Jacques Le Cont. In linea con questa sua propensione alla Francia si è scelto un nome, Les Rhythmes Digitales, che non è un inglese “francesizzato”. Ma questi sono solo piccoli dettagli che portano con la mente ai suoni digitali e in odore di anni 80 che già adottarono i Daft Punk per il loro disco d’esordio. Jacques però è andato ben oltre. La sua è una vera e propria ossessione per gli anni 80. Anzi, per lui gli anni 80 non sono mai finiti. Già perché “Darkdancer” è un continuo rimando al funk sintetico, all’electro hip hop di Arthur Baker (il produttore di fiducia di Afrika Bambataa), al synth pop inglese di gruppi come Human League, Eurythmics, Heaven 17, ovvero a gruppi e suoni profondamente legati a un decennio come quello degli anni 80. L’armamentario stesso usato da Jacques ha a che fare con quel periodo; al contrario di tutti i non musicisti che imperversano la scena elettronica infatti Jacques, anziché manipolare campionatori preferisce “smanettare” sulle sue tastiere, tastiere che sembra aver rubato allo studio di registrazione dei Kraftwerk o di qualche synth pop band degli anni 80. L’ossessione di Jacques per gli anni 80 però non si ferma qui. Lui infatti si fa aiutare da vere e proprie icone di quel periodo. Shannon, la diva soul dell’electro anni 80 dà il suo contributo al synth soul di “Take a little time”. Nik Kershaw (a volte ritornano, sigh!) canta in “Sometimes”. Come se non bastasse Lu Cont fa il verso all’electro di Afrika Bambaataa (in “About funk” e “Dreamin”) e ai New Order (in “Brothers”, il pezzo più riuscito dell’album, dove riesce a conciliare la potenza della techno con le inflessioni sintetiche degli anni 80). Il risultato? Un tuffo a capofitto negli anni 80. A Donatella Versace è piaciuto un sacco, tanto che Jacques è uno degli invitati fissi delle sue sfilate. A noi è piaciuto un po’ meno perché, a differenza di Daft Punk, più che aggiornare gli anni 80, ha cercato di riproporli tali e quali. In conclusione quello che si può dire di questo disco è che chi ha amato gli anni 80 potrà gradire questo disco. Chi invece ha voglia di novità e di 2000, beh, è meglio che cerchi da qualche altra parte.
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