Recensioni / 22 dic 2016

Jean Michel Jarre - OXYGENE 3 - la recensione

ARP + MacBook = Oxygene 3: il ritorno di Jean Michel Jarre

Per festeggiare i quarant’anni del suo album più famoso, Jean-Michel Jarre ha scritto e pubblicato la terza parte della saga di “Oxygene” usando sintetizzatori analogici e tecnologie digitali. Risultato: un tributo ai timbri elettronici anni ’70 nell’era

Voto Rockol: 3.0 / 5
Recensione di Claudio Todesco
OXYGENE 3
Jean-Michel Jarre under exclusive license to Sony (Digitale)

“Oxygene” è il “Tubular bells” di Jean-Michel Jarre. L’opera imprescindibile, la pietra di paragone, il disco da cui non può e non vuole separarsi. Il musicista francese può celebrare la presa della Bastiglia suonando per un milione di persone oppure esibirsi di fronte alle piramidi di Giza, ma prima o poi torna a “Oxygene”. Che non è solo un disco bello e famoso del 1976, un punto fermo dell’elettronica formato pop priva di ansie sperimentali. È anche un marchio che è tornato nel tempo: nel 1997, con il sequel “Oxygene 7-13” altrimenti noto come “Oxygene 2”; nel 2007, con la riregistrazione accompagnata da un DVD da vedersi con occhialetti 3D e con la raccolta di remix “Re-Oxygene”; in quest’ultimo scorcio di 2016, a quarant’anni esatti dall’uscita del disco originario, con la terza puntata della saga, un tributo ai timbri dei vecchi sintetizzatori nell’era dell’EDM.

Se nel 1997 Jarre realizzò un sequel usando in buona sostanza gli stessi strumenti di vent’anni prima, questa volta ha abbandonato pretese filologiche, ma ha mantenuto l’approccio minimale e in parte l’atmosfera dell’epoca. L’idea nasce da un pezzo, oggi “Oxygene, pt. 19”, nato durante la lavorazione del progetto “Electronica”. Il brano, scrive Jarre, “mi ha fatto pensare a come sarebbe stato ‘Oxygene’ se lo avessi composto oggi”. In sei settimane, per non bucare le celebrazioni per il quarantennale, ha scritto e inciso altri sei strumentali ispirati alla saga usando sì ARP, Eminent e Mellotron, ma registrandoli con Ableton Live e MacBook Pro. Dalle tre note scure e minacciose che aprono “Oxygene, pt. 14” alla celebrazione quasi liturgica di “Oxygene, pt. 20”, il disco traccia un percorso dall’oscurità verso la luce senza perdere quell’aura vagamente distopica rappresentata dalla copertina di Michel Granger. Nel 1976 la Terra da cui emerge un teschio umano era vista di fronte, oggi di lato. Come dire: questa è musica di allora vista da un’altra prospettiva.

Ovviamente quarant’anni fa questo tipo di musica faceva tutt’altro effetto. Nel terzo “Oxygene” manca un po’ una visione d’insieme. A tratti il disco ha un carattere asettico, quasi meccanico. Jarre fallisce quando tenta soluzioni per lui differenti, come in “Oxygene, pt. 15” o con la frase dance pop di “Oxygene, pt. 17”. Va molto meglio quando il tastierista conduce questo “viaggio” ambient entro binari conosciuti. Perché queste combinazioni semplici e volutamente minimali di sintetizzatori e sequenze sono diventate dei classici, il che la dice lunga sul tempo che ci separa dal 1976 e sull’influenza esercitata dal francese.

Disponibile anche all’interno nel cofanetto “Oxygene trilogy” che assembla i tre volumi della saga, l’album è stato registrato facendo a meno della ritmica e lasciando volutamente molto spazi “vuoti” attorno alle linee di sintetizzatore, una scelta in linea con quella compiuta quarant’anni fa. Ma se allora il disco rappresentava lo stato dell’arte dell’elettronica per il grande pubblico, oggi questa musica rischia di suonare come il residuo di un passato glorioso. Ma almeno nell’approccio “Oxygene” qualcosa di contemporaneo ce l'ha: l’idea di one man band, il recupero dell’elettronica vintage, l’estetica del futuro com’era una volta sono tutti elementi stranamente famigliari a chi ascolta musica nel 2016.

TRACKLIST

01. Oxygene, Pt. 14 - (05:27)
02. Oxygene, Pt. 15 - (06:40)
03. Oxygene, Pt. 16 - (06:50)
04. Oxygene, Pt. 17 - (04:20)
05. Oxygene, Pt. 18 - (02:48)
06. Oxygene, Pt. 19 - (05:45)
07. Oxygene, Pt. 20 - (07:59)
08. Continuous Mix - (39:51)