«LIVE FACELIFT - Alice in Chains» la recensione di Rockol

Alice in Chains - LIVE FACELIFT - la recensione

Recensione del 08 gen 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Chissà se gli spettatori presenti il 22 dicembre 1990 al Moore Theatre di Seattle sapevano di partecipare a uno show che avrebbe ancora fatto parlare di sé dopo più di 25 anni.  Quel concerto, oggi, celebra la storia degli Alice in Chains e la parabola tragica del suo frontman Layne Staley.  All’epoca, il quartetto composto da Staley, Jerry Cantrell, Sean Kinney e Mike Starr, ormai ripulito da qualunque parvenza glam, era impegnato nel tour a supporto di “Facelift” e lo spettacolo in cartellone li vedeva ritornare in scena nella loro città come una delle formazioni di punta del nuovo fermento musicale che la metropoli americana stava proiettando nel mondo.

In occasione del Black Friday, costola di fine anno del Record Store Day, gli Alice in Chains rendono omaggio alle loro origini con la pubblicazione di “Live Facelift”, fedele racconto della serata al Moore e preziosa testimonianza dei primi passi del gruppo. Una pubblicazione “minore”, fatta di 3500 esemplari in vinile, contenente le cinque tracce in origine apparse sull’omonima vhs (e laserdisc!), una sorta di video bootleg caratterizzato da un bianco e nero un po’ sgranato che esalta il pathos e la forza dei brani in scaletta.
Il disco, con una sequenza lievemente differente e l’aggiunta dell’iniziale “It ain’t like that”, conserva tra i suoi solchi tutta quell’energia primitiva, restituendoci una compagine ancora in cerca della sua strada ma già con una quantità e qualità tale di demoni da diventare un simbolo per una generazione.

“Live Facelift” offre un’immagine acerba degli AiC, giovani, eppure con le idee maledettamente chiare sulla direzione da seguire. Su quel palco le canzoni hanno acquistano uno spessore e una carica drammatica che non hanno mai raggiunto nello studio di registrazione. La torbida “Man in the box”, e l’altrettanto sofferta “Love, hate, love” - introdotta da Staley come “una canzone sul dolore” - riescono a distanza di due decenni a mettere i brividi. Tra rabbia e melodie angosciate, nonostante il tempo trascorso, il disco conserva intatta l’originaria tensione emotiva, oltre che a un inevitabile alone di tragicità. Layne Staley i demoni che cantava non è mai riuscito a sconfiggerli e la dipendenza che l’ha portato via nel 2002 ha generato un vuoto che ha trascinato la sua stessa band all’implosione. Una sorte toccata anche a Starr, dapprima allontanato dal gruppo per i suoi problemi di droga ormai insostenibili e finito tempo dopo a condividere, nel 2011, con il proprio sodale la stessa tragica fine.

C’è un prima e un dopo nella carriera degli Alice in Chains, tanto netto da far sembrare quasi incredibile che questo (mini) album dal vivo sia la prima uscita postuma degli Alice originali. Uno sguardo al passato ma anche un modo per ricordare una voce (e una vita) disperata e sincera.

Infine, una curiosità che ha reso quello spettacolo ancora più grande. In apertura hanno suonato i Mookie Blaylock, un gruppo passato alla storia con un altro nome, il cui esordio ha per nome “Ten”…

 

TRACKLIST

01. It Ain’t Like That
02. Love, Hate, Love
03. Real Thing
04. Bleed the Freak
05. Man in the Box
06. Sea of Sorrow
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