«HAMBURG DEMONSTRATIONS - Pete Doherty» la recensione di Rockol

Dimenticatevi di Pete Doherty. Ecco "Hamburg demonstrations"

Adesso è Peter: ecco il secondo disco solista di Doherty. La nostra recensione

Recensione del 07 dic 2016 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

L’imperativo è: dimenticatevi di Pete Doherty. 

Adesso chiamatelo col suo vero nome, Peter. Perché ormai è vicino ai 40, è sobrio da più di uno, è cresciuto e quella “r” finale farà la differenza. La dimostrazione? “Hamburg demostrations”, il secondo disco solita del cantante inglese da sempre tormentato dai suoi demoni, dai numerosi fan negli anni persi perché nauseati dalle dipendenze e ricadute, e da quei vecchi successi che davvero promettevano grandi cambiamenti. In qualche modo e per un certo periodo quei cambiamenti ci sono stati: allo scoccare del nuovo millennio, grazie a lui e ai suoi Libertines in molti si inebriarono del vento di un caro vecchio punk rock insolitamente rivestito; forse Peter se ne inebriò un po’ troppo, diciamo cosi, e da lì prese il via il vortice di rehab, divorzi e reunion, progetti b, poi solisti, poi di nuovo b, poi a, b e solisti tutti insieme. Un’abbondante decade confusa e da dimenticare, in cui critici e appassionati lo hanno condannato e assolto senza sosta, ma che si spera sia giunta a fine corsa. 

Il secondo disco solista di Pete (chiedo scusa, Peter), seguito di “Grace/Wastelands” del 2009, si snoda lungo un solco già tracciato, sia con i Libertines che con i Babyshambles che da solo, ma ha gode di una sostanziale differenza rispetto ai suoi fratelli maggiori: questa volta si capiscono le parole; nel mondo dell’artista stonare fa ancora rima con cantare, ma biascicare no. Cosa non da sottovalutare in un album in cui sono inclusi un pezzo dedicato agli attentati al Bataclan e al ricordo di una grande amica che non c’è più. “Hell to pay at the gates of heaven” infatti, in cui il caos si nasconde dietro un ritmo tutto sommato allegrotto, recita “Come on, boys, choose your weapon, J-45 or AK-47?”; nel tributo ad Amy Winehouse, “Flags from the old regime”, Doherty canta chiaramente “I don’t want to die anymore” (poi aggiunge anche “Any more than I did want to die before”, ma son dettagli). 

Il duetto con Suzie Martin, battezzato “Bird cage”, è il brano più convincente dell’intera dimostrazione amburghese: l’ ex Libertines trascina la sua voce su un testo di Amy Winehouse sulla prigionia cui costringe la celebrità, eppure la cantante riesce a rinfrescare la canzone, rendendola così leggera da elevarsi al di sopra delle altre. 

Se si dovesse studiare l’intero operato di Pete Doherty in un’unica notte, basterebbe ascoltare “Oily Boker”, più o meno la sintesi della maggior parte dei lavori dell’artista. Un concentrato che ne ricorda molte sue preferenze musicali. Un bigino. 

Particolare la scelta di inserire nello stesso disco due versioni del medesimo brano. “I don’t love anyone (but you’re not just anyone)” è proposta sia nella sua veste ufficiale, di singolo tra singoli, sia in quella “da camera”, accompagnata da archi e da un setoso sottofondo un po’ ambient che la rende decisamente più consistente e di piglio.  

Anche in questo album, demo version, registrazioni a crudo e voci dalle sessioni di registrazioni sono  sparpagliate tra una traccia e l’altra, sarà anche per questo che “A spy in the house of love” non colpisce poi più di tanto; a non voler strafare alle volte si indovina e non cercare il sensazionalismo si rivela più vantaggioso che mai ed è così che “The whole world is our playground” e “She is far” - sopratutto “She is far” - sono due validi motivi per ascoltare “Hamburg demonstration” fino alla fine. 

 

La cera di Doherty non è delle migliori, ben inteso, i sui denti raccontano sempre più delle sue parole, anche questo è vero, ma è anche vero che è arrivato il momento di dare un po’ di tregua al ragazzo del Northumberland e di capire che questo è - ed è sempre stato - ciò che lui ha da offrire; questa è la musica che gli piace e che sa fare. E’ inutile continuare a paragonarla agli stressati successi degli esordi.

Se lui ha dovuto ripulirsi e darsi una regolata, noi altri dobbiamo imparare a considerarlo un artista in corso e non una promessa mancata. 

 

 

TRACKLIST

01. Kolly Kibber (03:57)
02. Down for the Outing (03:43)
03. Birdcage (03:31)
04. Hell to Pay at the Gates of Heaven (02:40)
05. Flags from the Old Regime (03:26)
06. I Don't Love Anyone (but You're Not Just Anyone) V2 (03:36)
07. A Spy in the House of Love - Demo Vocals (03:32)
08. Oily Boker (05:36)
09. I Don't Love Anyone (but You're Not Just Anyone) (03:26)
10. The Whole World Is Our Playground (02:48)
11. She Is Far (03:15)
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