BLUE & LONESOME

Universal (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5

di Giampiero Di Carlo

Tra il 1962 e il 1964 gli Stones furono pura avanguardia. In una scena satura di bubblegum pop e di emuli di Elvis, la loro stella polare era il Chicago Blues.

Quei musicisti neri coagulatisi nel South Side intorno a Leonard Chess avevano elettrificato il suono originale del Delta ed esorcizzavano la tragedia della propria storia in canzoni - mai love songs, le loro – che raccontavano vicende personali, citando nomi e posti veri. Era la “race music” che, in America, segnava un confine fisico e simbolico che i giovani ascoltatori bianchi non oltrepassavano.  Jagger, Richards e Jones, invece, lo attraversarono senza problemi. Nella plumbea Gran Bretagna post-bellica si poteva ascoltare il blues senza implicazioni razziali. Non suonava come la prova della segregazione e dell’intolleranza figlie della schiavitù. Era “solo” musica reale. Quel groove diverso che arrivava da lontano dentro dischi di importazione semi introvabili era ciò che gli imberbi Rolling Stones desideravano cogliere e replicare. Estrapolarono il blues dal suo contesto, si tennero musica e testi e, imitandolo, lo riportarono in America sdoganato.
Le dodici cover registrate in tre giorni che compongono “Blue and lonesome” sono, dunque, esattamente le radici e l’essenza stessa della band: tutto ciò che hanno fatto e che fanno proviene da là. Di più: coincide con la loro motivazione originaria, con ciò che per anni – prima della grandezza planetaria – fu il loro credo, la loro religione.

Il venticinquesimo album in studio arriva a dieci anni da “A bigger bang”: co-prodotto dai Glimmer Twins e da Don Was, è stato registrato dal vivo in tre giorni nel dicembre 2015 nei British Grove Studios di Chiswick, a Londra. Privo di sovraincisioni, vede Eric Clapton come guest star in due brani.

La tracklist è già una prova della dimestichezza degli Stones con la produzione di casa Chess e dintorni: ad eccezione di “I can’t quit you baby”, non troviamo standard di fama ma una piccola collezione di perle di genere. Dieci pezzi su dodici risalgono al periodo 1955-1961, quello tra le scuole superiori e l’inizio del college per il gruppo, mentre due (“All of your love”, 1967; “Everybody knows about my good thing”, 1971) testimoniano che, anche se già al top della popolarità, continuavano a prestare attenzione a quella scena relegata nel dimenticatoio del mainstream. Qua trovate tutti gli originali.

Little Walter si impone come figura ispiratrice dell’album. 
Scelto in apertura per “Just your fool”, porta in dote altri tre brani inclusa la title track, che è quanto di più classico e riuscito - un autentico blues tempo, con un attacco perfetto e straordinario reso con classe e anima e la simbiosi totale tra le due chitarre: è quasi rassicurante dopo una partenza tosta e scatenata, e per un momento rievoca la cover di “Harlem shuffle”. In “I gotta go” Little Walter passa idealmente lo strumento a Mick Jagger, quasi a ricordare quanto la più elusiva rockstar della storia possa essere autorevole in questa veste ed a rafforzarne la credibilità di apostolo del blues ormai stemperata in cinque decenni di molto altro. Marion Walter Jacobs (nome di battesimo della leggenda della Louisiana) fu enfant prodige dell’armonica, straordinario innovatore e titolare di un suono inconfondibile. Dannato dall’alcol e morto a soli 37 anni dopo una rissa in strada, la sua presenza in questo album è anche simbolica: protagonista di un tour britannico con i Rolling Stones nel 1964, aveva però vissuto i suoi migliori momenti nella formazione di Muddy Waters, proprio colui che si considera l’anello di congiunzione tra il gruppo (il cui nome deriva da un suo classico) e il blues e che oggi è rumorosamente assente da “Blue and lonesome”. 

“Ride ‘em on down” è il gioco della sottrazione applicato alla canzone, strategia-chiave di un album suonato in presa diretta e di pancia: gli Stones tornano non alle loro influenze bensì alle loro stesse origini, “dimenticano” gli arrangiamenti e si riappropriano del blues. Don Was non può che fare un passo di fianco, limitandosi forse a impedire che qualsiasi tentazione prevarichi sull’atmosfera delle session che hanno generato il disco e sul “suono della stanza”, che lascia passare molta aria e qualche eco e riverbero tra la voce e gli strumenti. Il “drawl” dei Rolling Stones regna sovrano e il blues è il suo humus: Charlie Watts segue il beat dettato dalla chitarra ritmica, il basso si imposta sulla batteria e, con le chitarre in perenne anticipo, ecco il suono che migliaia di cover band non riescono a riprodurre. 
“Just like I treat you” omaggia il grande Howlin’ Wolf e gli Stones qui vanno veloci, forse un filo troppo, e forse però volontariamente: cavalcano il boogie forsennati come il gigantesco urlatore e Ron Wood ricorda più Chuck Berry che Muddy Waters. “Hoo Doo Blues” e “Little rain” sono fantastiche, le migliori insieme alla title track. Nella prima Mick Jagger sfoggia un timbro più consunto rispetto al solito, tutto a favore dell’impasto con le chitarre; le quali sono invece in primo piano nella seconda, con scambi brevi e continui in una ballata toccante in cui il lead è poi lasciato all’armonica.

E Clapton? Quando suona lui, abbassa la temperatura, rallenta il ritmo e avvolge tutto di un’intensità profonda, diversa da quella aggressiva della band. In “Everybody knows about my good thing” e in “I can’t quit you baby” del maestro Willie Dixon possiamo ascoltare cosa sarebbe potuto accadere se Eric Clapton fosse entrato negli Stones al posto di Mick Taylor. Sarebbe stato bello, e non sarebbe durato. Ma qui è suadente come dovrebbe, ed è speciale per quanto è essenziale, nitido e lirico insieme. La sua chitarra è un gioiello in più nello scrigno, e il suo suono è ideale per concedere ottimo spazio al piano, molto più rispetto al consueto scambio Richards-Wood.
Secondo un’efficace metafora di Don Was, “Blue and lonesome” è stato in lavorazione per cinquant’anni ma è stato registrato in soli tre giorni. Cinquant’anni trascorsi prima a scoprire l’America di persona dopo averla scoperta per corrispondenza, poi a assorbire il country di Gram Parson e il profondo Sud dei Muscle Schoals Studios per infilare una serie magica di quattro album immensi, poi a flirtare con la disco in “Some girls” e a risorgere nel rock con “Tattoo you”, infine a produrre in serie live show da corporation. Poi càpita che gli Stones entrino nella sala di registrazione di proprietà di Mark Knopfler in cui non avevano mai inciso ed abbiano bisogno di testare il suono della stanza prima di fare sul serio. E che, spontaneamente, si buttino su “Blue and lonesome” per iniziare a cercare le proprie coordinate sonore. E che le trovino subito ma che, anziché suonare una carrellata di nuovi pezzi a firma Jagger-Richards, restino invece sullo stesso territorio per tre giorni. Istinto e alchemia, nessuna pianificazione. E’ così che nasce un gran disco, anche dopo cinquant’anni trascorsi a sfidare la longevità artistica macinando miliardi.

Paint it, blue.

 

 

TRACKLIST

01. Just Your Fool - (02:16)
02. Commit A Crime - (03:38)
03. Blue And Lonesome - (03:07)
04. All Of Your Love - (04:46)
05. I Gotta Go - (03:26)
06. Everybody Knows About My Good Thing - (04:30)
07. Ride 'Em On Down - (02:48)
08. Hate To See You Go - (03:20)
09. Hoo Doo Blues - (02:36)
10. Little Rain - (03:32)
11. Just Like I Treat You - (03:24)
12. I Can't Quit You Baby - (05:13)