«THE PRELUDE IMPLICIT - Kansas» la recensione di Rockol

Kansas - THE PRELUDE IMPLICIT - la recensione

Recensione del 18 ott 2016

La recensione

di Andrea Valentini

Questa è un storia a lieto fine, lo anticipiamo. Ma procediamo con ordine. Un gap di 16 anni fra un album e l’altro è decisamente qualcosa che non è definibile a cuor leggero come “pausa” o “intervallo”. In effetti tre lustri abbondanti, nell’economia di una band, sono una vita: di regola, se nulla accade in un lasso di tempo così lungo, come minimo siamo di fronte a un gruppo che ha deciso di tirare i remi in barca e – al massimo – godersi i frutti del proprio repertorio con un po’ di concerti-evento, karaoke style, per mantenere ben oliato il conto in banca.

E, infatti, nel 2014 il batterista Phil Ehart diceva a “Classic Rock UK”:

C’è sempre una flebile speranza di scrivere nuova musica, ma ormai viviamo alla giornata. Se succedesse qualcosa domani, bene, ma in questo istante le chance che accada sono decisamente pochissime.

Evidentemente qualcosa è poi accaduto, ma la premessa con cui si presenta “The prelude implicit” resta piuttosto scoraggiante: cosa ci si può aspettare dai Kansas, che nel frattempo hanno ri-perso la penna e il talento di Steve Walsh e hanno ben tre elementi nuovi di zecca in formazione? Anche l’ottimista più sfegatato potrebbe avere qualche dubbio, di fronte a uno scenario simile.

In effetti il pezzo di apertura, pur non confermando i timori peggiori, non rende un buon servizio al disco – che però, a sorpresa, decolla dalla seconda traccia in poi: un tipico caso di falsa partenza, con epilogo positivo.

I Kansas sono tornati? In un certo senso sì. È quasi pleonastico dirlo, ma a scanso di equivoci facciamolo: questi non sono i Kansas di “Leftoveture” o “Point of No Return” (e come diamine potrebbero esserlo? Con una macchina del tempo, forse) – comunque “The prelude implicit” è un buon disco e, semplicemente, non va paragonato con troppa leggerezza a quanto il gruppo ha saputo fare nella propria golden age. In un’ottica pragmatica e oggettiva, quindi, siamo di fronte a un lavoro ben riuscito, che non diverrà materiale da classifiche tipo “i 50 migliori dischi prog/rock di sempre”, ma che ha una fortissima dignità e mostra la volontà di offrire ai fan – vecchi e nuovi – una prospettiva futura.

L’ambito in cui ci si muove resta quello tipico dei Kansas, ossia un panorama in cui si alternano brani di prog rock connotato da forti influenze folk e altri che rientrano nel regno delle rock ballad (qualcuno le chiamava power ballad, negli anni Ottanta) condite da sapienti dosi di AOR raffinato e patinato. E a tratti fa capolino anche un po’ di hard rock più muscolare del solito… il che non è certo un male, per dare una piccola scossa ogni tanto.

Se vogliamo, come ha detto Ehart in un’intervista rilasciata proprio a Rockol:

Sì, questa è una band nuova con un nuovo disco. E accettiamo di buon grado tutti i cambiamenti del caso.

I “cambiamenti del caso” sono un nuovo frontman, un nuovo assetto e una sorta di aggiornamento/spostamento di baricentro del sound verso lidi meno ancorati ai decenni Settanta e Ottanta (per quanto il genere lo permette, ovviamente: non aspettatevi inserti di elettronica e frazioni dubstep!). Il risultato è un pugno di brani riusciti, anche se non classici (su questo versante la band ha già dato), che offrono tecnica virtuosa, inventiva e – soprattutto – non si perdono in noiose autocitazioni e tentativi di rievocare il proprio passato.

TRACKLIST

01. With This Heart (04:13)
02. Visibility Zero (04:27)
03. The Unsung Heroes (05:02)
05. Refugee (04:23)
07. Camouflage (06:42)
08. Summer (04:07)
09. Crowded Isolation (06:10)
10. Section 60 (03:59)
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