«A SEAT AT THE TABLE - Solange Knowles» la recensione di Rockol

Solange Knowles - A SEAT AT THE TABLE - la recensione

Recensione del 05 ott 2016 a cura di Michele Boroni

La recensione

 Fino a oggi il grande pubblico conosceva Solange Knowles, sorella minore di Beyoncé, principalmente per eventi legati al gossip (primo fra tutti il video di una telecamera a circuito chiuso di un ascensore dove la trentenne Knowles percuoteva il cognato fedifrago Jay-Z di fronte all'impassibile sorella maggiore).

In realtà questo è il terzo disco di Solange e il precedente EP “True” del 2012 era un'eccellente raccolta di canzoni r'n'b pop fortemente voluta da Devonte Haynes (noto ai più come Blood Orange) co-produttore del disco. Allora Solange dichiarò che quel disco aveva lo scopo di “diffondere gioia”, mentre nelle interviste che hanno preceduto l'uscita l'intento è quello di “provocare la guarigione” e portare l'ascoltatore in un viaggio di “self-empowerment”.

Progetto ambizioso, non c'è che dire. Il modello di riferimento è quel “Young, Gifted and Black” che nel 1972 mostrò il volto più impegnato di Aretha Franklin, e segue, in epoche più recenti, gli ultimi dischi di consapevolezza black di D'Angelo e Kendrick Lamar. Al contrario di quest'ultimi però Solange realizza un disco di forte incoraggiamento alla comunità nera, senza premere troppo il tasto sugli scontri razziali e su storie di degrado ma, anzi, ponendo l'accento sui casi positivi, di persone che nonostante le avversità ce l'hanno fatta: negli interludi che si alternano alle canzoni possiamo ascoltare storie raccontate dal padre Matthew Knowles, dalla madre Tina (sul fatto che celebrare la blackness non significa essere anti-bianco), ma sopratutto Percy Miller (AKA Master P), rapper e imprenditore che ha creato un impero commerciale (tra cui l'etichetta No Limit Record, la catena di negozi Foot Locker, cable tv.. ) mantenendo la proprietà e senza perseguire un pubblico mainstream.

Ma veniamo alla musica.

Il disco si apre con una serie di strepitose composizioni: l'introduttiva “Rise” è un'illuminante ninnananna e che fa anche da manifesto all'intero disco (“Cadere in modo da potersi svegliare e risalire”), “Weary” e “Craves in the sky” sono tra i più eleganti pezzi di r'n'b degli ultimi dieci anni (nel secondo nell'uso del coro e del piano si sente la forte influenza che ha ancora Prince sulla black music), “Mad” ci ricorda la migliore Erikah Badu, mentre nella ballad elettrofunk “Don't touch my air” Solange non ha niente da invidiare alla sorella maggiore.

Poi il disco perde un po' di mordente, ripiegandosi su suoni pochi originali e soluzioni già sentite (in “Where do we go” sembra di sentire “Super rich kids” di Frank Ocean e in “F.U.B.U.” ricopia senza creditarlo il beat di ottoni campionati di R U Ready dei TNGHT di Hudson Mohawke, ripreso da “Blood on the leaves” di Kanye West) e gli interludi tra un brano e l'altro iniziano a diventare un po' pesanti.
Tuttavia Solange, compositrice e produttrice di tutto il disco – e che si è fatta accompagnare per la realizzazione del disco dai migliori nomi intellighenzia talentuosa black, da Q-Tip a Questlove, da Raphael Saadiq a Magical Cloudz - affronta tutti i pezzi con sicurezza e grande credibilità.

Non sorprendiamoci se a dicembre troveremo in qualche lista dei migliori dischi dell'anno due volte il nome Knowles.

TRACKLIST

01. Rise (01:41)
02. Weary (03:14)
03. Interlude: The Glory is in You (00:17)
04. Cranes in the Sky (04:10)
05. Interlude: Dad Was Mad (00:46)
06. Mad (03:55)
07. Don't You Wait (04:05)
08. Interlude: Tina Taught Me (01:14)
09. Don't Touch My Hair (04:17)
10. Interlude: This Moment (00:49)
11. Where Do We Go (04:24)
12. Interlude: For Us By Us (00:52)
13. F.U.B.U. (05:13)
14. Borderline (An Ode to Self Care) (03:02)
15. Interlude: I Got So Much Magic, You Can Have It (00:26)
16. Junie (03:06)
17. Interlude: No Limits (00:39)
18. Don't Wish Me Well (04:15)
19. Interlude: Pedestals (00:57)
20. Scales (03:39)
21. Closing: The Chosen Ones (00:42)
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