«BRAVER THAN WE ARE - Meat Loaf» la recensione di Rockol

Meat Loaf - BRAVER THAN WE ARE - la recensione

Recensione del 27 set 2016

La recensione

di Andrea Valentini

“La mia prima band l’ho messa insieme nel 1967. Dalla fine di quell’anno abbiamo aperto per tutti quelli che possono venirti in mente, a parte i Jefferson Airplane, i Beatles e i Rolling Stones”. Lo ha detto il titanico – e gigantesco, vista la stazza – Meat Loaf lo scorso anno in un’intervista: una frase che dà la misura di quanto questo signore (che avrà 70 anni l’anno prossimo) ha fatto e dato sui palchi di tutto il mondo, già da prima che il grande successo gli sorridesse con l’epocale “Bat Out Of Hell” (il disco del 1977 che è al contempo manifesto e apice della sua carriera, che gli frutta ancora oggi milioni di copie vendute).

“Braver Than We Are” è il suo tredicesimo album in studio e lo vede lavorare nuovamente con il geniale Jim Steinman (deus ex machina di “Bat Out Of Hell”, “Dead Ringer” e “Bat Out Of Hell II”) che si è occupato di scrivere tutti i brani: insomma, una sorta di ritorno al futuro, peraltro attesissimo, che vede i due seppellire l’ascia di guerra dopo una serie di grane legali e litigi da telenovela rock.
Il risultato è – nel bene e nel male – esattamente quello che ci si potrebbe aspettare a scatola chiusa: un disco articolato, dal fortissimo sapore teatrale. Anzi, sembra la colonna sonora di un musical… e infatti è stato annunciato che – come volevasi dimostrare – da “Braver Than We Are” sarà tratto uno spettacolo. La chiusura del cerchio.

In poche parole: se amate atmosfere epiche, a tratti molto barocche, che evocano appunto l’opulenza emotiva del musical con emozioni gonfiate da steroidi da palcoscenico di Broadway, questo potrebbe essere il disco che attendevate. Magari da anni.

Il tocco inconfondibile di Steinman si sente – e moltissimo. Del resto, stiamo parlando dell’uomo che ha firmato ballatoni di pop teatrale (chissà se esiste, come genere?) del calibro di "Total Eclipse of the Heart" (Bonnie Tyler), "It's All Coming Back to Me Now" (Celine Dion) e "Holding Out For a Hero" (sempre cantata dalla Tyler, per la colonna sonora di “Footloose”)… insomma ci siamo capiti. Melodie ariose e drammatiche al contempo, che ben si sposano con la gestualità ipertrofica e i costumi da palcoscenico, cori epici, intro appassionate, duetti col cuore in mano e le corde vocali annodate al collo come uno sciarpone… c’è tutto. Nel bene e nel male, appunto, come si diceva.

Ci si diverte ad ascoltare questi brani, è innegabile, per quanto il rock sia più un accenno che una presenza costante. In realtà l’unica nube scura che accompagna l’intero lavoro è legata proprio al protagonista, Meat Loaf (all’anagrafe Marvin Lee Aday): il tempo non è mai davvero galantuomo e dopo decenni passati a esibirsi ai suoi livelli – ma anche a maltrattarsi con eccessi vari – la sua voce non è decisamente più al top. C’è chi ha aspramente criticato le sue performance in questo disco… in realtà non è il caso di esagerare. Solo occorre prendere atto che Meat Loaf ora molto spesso adotta un registro narrativo, quasi parlato, lasciandosi alle spalle le acrobazie del tempo che fu. È un modo “altro” di offrire una performance vocale, mettiamola così.

Si dice che potrebbe essere l’ultimo disco di Meat LOaf. Se così fosse – e ci dispiacerebbe, anche se comprenderemmo la scelta – non sarebbe un brutto modo per salutare. Anzi…

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