«SHMILCO - Wilco» la recensione di Rockol

Wilco - SHMILCO - la recensione

Recensione del 31 ago 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Cosa rende grandi i Wilco? 

Tante cose, ma soprattutto la capacità di prendere sempre la svolta che non ti aspetti, in una canzone e in tutta la carriera. Cambiare livello in pochi attimi, unire gli opposti. La band di Chicago ha un'ironia feroce nel modo di fare e presentare la propria musica, assente in band più giovani, figuriamoci in quelle che hanno una storia come la loro.

"Shmilco" arriva ad un anno o poco più da ”Star wars”. Che aveva un gattino in copertina (ben prima di Elisa...) e il titolo della più amata saga cinematografica: due dei più grandi meme della rete in un colpo solo, sbattuti in faccia. Ma nelle canzoni non c'era spesso niente di rassicurante, anzi giocavano con il lato più elettrico e sperimentale del gruppo. L'elettricità è in copertina di "Shmilco", opera del grande Jose Cornellà (se non sapete chi è, leggete qua), con i suoi personaggi-bambola che fanno sempre una fine brutta e crudele: perfetti per quell'ironia feroce di cui dicevo poco fa. Solo che, musicalmente, "Shmilco" è all'opposto di "Star wars": minimale, quasi acustico. Quell'elettricità non c'è, o è spesso appena accennata, sullo sfondo.

I dischi sono stati incisi insieme e sono complementari, e sono diversamente spiazzanti. Le canzoni di "Shmilco" partono da un canovaccio, quello che una volta si chiamava "alt.country", che pochi sanno maneggiare bene come Jeff Tweedy & co. Sono brevi, meditative e intime.  Giocano con gli arrangiamenti e con le forme, mostrando non solo grande esperienza ma un'inventiva senza pari. E nelle parole giocano con temi classici: l'infanzia, il desiderio, la nostalgia. Ma anche lì ironia e sorprese: perché è vero che il rock è "search and destroy" o "seek and destroy", come dicevano gli Stooges e i Metallica. Ma i Wilco preferiscono l'understatement, "Shrug and destroy": una scrollata di spalle, e via. L'album esce il 9 settembre. Ecco l'ascolto la guida al disco, canzone per canzone.

Normal American Kids. "Dovevo scappare dai ragazzi normali americani, li ho sempre odiati", canta in Tweedy, ma la musica è minimale fino al midollo, una chitarra acustica e quella elettrica di Nels Cline che ricama, delicatamente.

If I Ever Was a Child. Una ballata in perfetto stile Wilco, con suoni fantastici (con un buon paio di cuffie sentite dov'è posizionata la batteria), un'acustica e l'elettrica che entra a metà canzone. Emozionante.

Cry All Day. Un altro brano in punta di chitarra, con acustica ed elettrica che si intrecciano a destra e sinistra, ma su un ritmo in crescendo, che crea una bella tensione, che non viene risolta fino alla fine. Anche qua, arrangiamento stupendo. La canzone più lunga del disco, supera di poco i 4 minuti.

Common Sense. Sempre chitarra acustica e batteria in primo piano, e una chitarra elettrica dissonante sullo sfondo, che poi parte in un assolo sbilenco. Una canzone irregolare, un modo strano per parlare di "senso comune" e di "All I want", come canta Tweedy: ricorda certi momenti di "Yankee hotel foxtrot".

Nope. Si ritorna ad una forma-canzone più normale, con un mid-tempo ritmato, sempre basato sull'acustica e con ricami di Cline sullo sfondo: bello l'ultimo minuto, con il ritmo che cambia, la canzone che si apre e diventa più elettrica, con una seconda chitarra.

Someone to Lose: altra canzone "alla Wilco" - potrebbe uscire da uno qualsiasi degli album recenti del gruppo, magari da "The whole love". Parte con basso e batteria ed acustica, con l'elettrica che entra a metà. Impeccabile, nella sua semplicità.

Happiness: "La felicità dipende da a chi dai la colpa", canta Tweedy su una ballata delicata, ancora una volta con la batteria in primo piano, persino più delle chitarre.

Quarters. Un arpeggio acustico country, sporcato da un ritmo di batteria quasi irregolare, e da una chitarra elettrica, sepolta in sottofondo, e un cambio di ritmo a metà brano, che porta ad una coda strumentale: i Wilco giocano ancora con la forma-canzone, in meno di tre minuti.

Locator Inizialmente diffusa per festeggiare un anno di "Star wars", un brano sbilenco ed elettrico (anche se inizialmente non è la chitarra, ma il basso, il protagonista): ricorda le atmosfere del disco precedente - l'unico, forse, di "Shmilco"

Shrug and Destroy. Un'altra ballata acustica, quasi spettrale inizialmente, con una bella progressione che arriva fino all'uso degli archi.

We Aren't the World (Safety Girl): come "someone to lose", altro brano immeditamente riconoscibile, più dritto

Just Say Goodbye: Organo, basso e batteria, per un altro inizio quasi spettrale, che poi in pochi secondi si apre alla melodia ritornello: la canzone alterna queste due dimensioni, un po' come tutto il disco. Un bel modo di salutare: "dì solo arrivederci".

 

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