«ENDLESS - Frank Ocean» la recensione di Rockol

Frank Ocean - ENDLESS - la recensione

Recensione del 22 ago 2016

La recensione

di Michele Boroni

Sono passati quattro anni da “Channel Orange”, il disco ufficiale d'esordio di Frank Ocean e, finalmente, lo scorso weekend sono usciti due nuovi lavori del cantante originario di New Orleans ma a tutti gli effetti di Los Angeles. Il primo è il visual album “Endless” e l'altro è il disco ufficiale “Blonde” .
L'evoluzione degli ultimi anni del r'n'b e hip-hop, l'influenza di Ocean nella scena, la lunga attesa, la modalità di distribuzione e i contenuti dei due lavori sono tutti argomenti da affrontare analiticamente per punti, specie per chi non conosce il personaggio in questione.

Perché dopo “Channel Orange” Frank Ocean è diventato così rilevante: In effetti tutto questo interesse nei confronti di Frank Ocean, un ragazzo con un solo disco ufficiale all'attivo e qualche prestigiosa collaborazione qua e là, può risultare bizzarro e inusitato da parte di chi non è un appassionato di r'n'b.
In realtà Channel Orange è diventato uno dei principali dischi spartiacque della black music, così come lo sono stati in passato “What's goin' on”, “Thriller” o “Purple Rain”: nell'esordio discografico di Ocean la tradizione del soul si sposava perfettamente con i codici espressivi dell'hip-hop, creando un unicum che si rifletteva in una serie di canzoni-canzoni magnificamente interpretate con testi riflessivi e profondi e uno spleen inedito per il genere.
Sulla scia di quel disco hanno preso vita e nuova identità un'insieme di cantanti come The Weeknd e Miguel, rapper come Earl Sweatshirt e 'Tyler,The Creator', ma ha pure ispirato gli ultimi lavori di Beyonce e Rihanna.
Anche il basso profilo tenuto da Ocean in questi anni – poche collaborazioni ben mirate, un intelligente uso dei social e di tumblr, scarse notizie della sua vita personale - ha accresciuto il suo status e la sua reputazione.

La storia della pubblicazione : Come già visto negli ultimi anni – specie nel r'n'b e nell'hip-hop - con la vittoria della liquidità digitale nei confronti del supporto, anche le modalità di distribuzione sono diventate parte integranti del contenuto musicale e artistico. Qui abbiamo spiegato in dettaglio la lunga genesi e le modalità che hanno caratterizzato la distribuzione dei due lavori.

Cosa ci si aspettava da questo disco: La lunga attesa del secondo disco di Ocean ha avuto nel corso del tempo vari significati: all'inizio era una strategia necessaria per prendere le distanze dalla fama e non venire ingoiato dal gorgo della celebrità, poi i continui annunci e rimandi sono stati letti prima come una sorta di presa in giro nei confronti del pubblico, fino quasi a paventare un totale fallimento. Come si è detto in questi quattro anni l'r'n'b e hip-hop hanno subito grandi evoluzioni, alcune dell quali partite proprio dal primo disco di Frank Ocean: narrazioni e testi hip-hop sempre più intimisti, l'r'n'b che si sposta verso suoni e atmosfere indie e alternative, electro e sperimentali (pur mantenendo un successo da classifica), lo sdoganamento totale della comunità LGBT (basti pensare all'ultimo ottimo Blood Orange), l'(ab)uso narrativo dell'autotune, un'estetica arty nei video e nelle grafiche, un certo allontanamento dalla classica forma canzone e considerare il disco come un'opera “aumentata”.
Frank Ocean non poteva non portare avanti queste tendenze, dal momento che ha fortemente contribuito alla loro evoluzione attraverso le sue collaborazioni negli ultimi lavori di Kanye West, Beyonce, Earl Sweatshirt e Jay Z.


"Endless": come suona e cosa c’è dentro. Viene presentato come un visual album, distribuito su Apple Music (ma anche disponibile su Vimeo); in realtà si tratta di un mixtape, una raccolta di bozzetti sonori, tracce di ispirazioni, suoni d'ambiente, rap solitari e prove tecniche di beat, il tutto accompagnato dal filmato in bianco e nero della costruzione di una scala a chiocciola. Forse c'è un'interpretazione profonda di tutto questo – il cerchio senza fine, l'arte della costruzione e del processo, l'illusione della perfezione – però un po' ci sfugge. "Endless" è tutto tranne che coeso e “metodico”. Almeno dopo diversi ascolti approfonditi. Ieri The Fader spiegava che uno dei motivi della sua esistenza è per esaurire il contratto con Def Jam/Universal, che prevedeva ancora un album - "Blonde" sarebbe quindi indipendente.
C'è una sola canzone che si può definire tale, “At your best” cover degli Isley Brothers ripresa poi da Aliyah, versione già ascoltata in un album tributo, ma qui impreziosito dal contributo di James Blake e dalle orchestrazioni di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead.
C'è molta elettronica à la Blake (“Florida” e “Deathwish” potrebbero benissimo stare in un suo disco) e molte tracce come “Hublots” e “Wither” che sono influenzate dalla musica ambientale di Christophe Chassol, musicista contemporaneo che ha collaborato con Ocean. “U-N-I-T-Y” e “Comme des Garçons” sono due pezzi rap che ricordano molti lavori della Odd Future, il collettivo di cui faceva parte ai tempi del suo primo mixtape “Nostalgia, Ultra”, mentre in “Mine” entra in gioco il puro sperimentalismo.
“Rushes to” è un meraviglioso pezzo acustico che anticipa perfettamente quello che andremo ad ascoltare in “Blonde”. La chiusura è invece affidata a una traccia, prodotta dal producer Alex G, che parte come una traccia di Jamie XX e finisce con un electro anni 80 un po' rozza in cui si parla di smartphone - peraltro neanche cantata da Ocean - e che rappresenta l'unico esempio di beat sostenuto dei due dischi.


"Blonde": come suona e cosa c’è dentro : Ma veniamo a “Blonde”, uscito in esclusiva per Apple Music il giorno successivo a Endless e in alcuni selezionati negozi insieme al magazine Boys don't cry, con una playlist ridotta e differente. "Blonde" è una decisa evoluzione rispetto sia a Channel Orange sia rispetto alle tendenze di questi ultimi anni che abbiamo citato sopra, portandole a un nuovo livello, più fluido e delicato, intimo e personale. C'è pochissimo ritmo in Blonde: il disco è pieno di arrangiamenti minimali, semplici giri di chitarra, pochi accordi di organo o tastiera con un sacco di vuoti che Ocean riempe magistralmente con la sua voce intensa e flebile, che va dal rap (“Nights”) al canto soul (“Self Control” e nel gospel “Godspeed”), con uno stile unico unito a una grande intensità.
Non è facile isolare singoli episodi in un disco che scorre liquido e fluido, seppur l'ascolto richieda molta attenzione e impegno ogni volta rivela sempre nuove sfumature e perle: “Pink+White” è la traccia che ha più punti in comune con il precedente “Channel Orange” grazie al suo andamento da walzer e la produzione pop di Pharrell Williams; “Self Control” con il rap iniziale e l'apertura melodica finale riporta alla mente “The miseducation of Lauryn Hill” (altra artista che provò ad operare un drastico cambio di marcia alla black music). Molte poi le citazioni più o meno esplicite ai grandi ispiratori di Ocean: dagli urletti à la Prince in “Ivy”, alla ripresa di “Here, there and everywhere” dei Beatles in “White Ferrari”, “Between the Bars” di Elliott Smith che fa da scheletro a “Seigfried” e il campionamento di Stevie Wonder nella sua versione della bacharachiana “Close to you”.
Nonostante i mille contributors citati nel disco (perfino David Bowie e Brian Eno, anche se non è noto sapere in che forma), questo è un disco tutto e solo di Frank Ocean e anche gli interventi di artisti come Beyonce o Kendrick Lamar si limitano a semplice vocalizzazioni. L'unica presenza vocale rilevante è quella del rapper Andre 3000 in “Solo (reprise)” e James Blake in “White Ferrari”

I temi dei testi sono quelli di sempre: le ossessioni sulla identità sessuale (il titolo del disco è “Blonde”, ma sulla copertina è riportato “Blond”, una sorta di messaggio cifrato a favore del superamento dei generi), l'incapacità di amare (“Self Control”, Good Guy”), l'inganno del materialismo edonistico (“Nikes”), i rapporti con le droghe (la ramanzina di una madre in “Be Yourself” e “Solo”), il rapporto conflittuale con la celebrità e un sacco di auto (“White Ferrari”, molte delle quali presenti nelle foto del magazine “Boys don't cry”).


Un giudizio complessivo: Di certo questi non sono due dischi di facile ascolto sia per la mancanza di veri e propri singoli, sia per la complicata costruzione a scatole cinesi; ma sarebbe un peccato rinunciare all'ascolto, specialmente di “Blonde”, un disco coraggioso e intenso come raramente si ascoltano.

Forse rimarranno delusi i puristi della black music e dell'r'n'b, abituati a un certo massimalismo dei suoni e degli arrangiamenti. Probabilmente andrebbe ascoltato come se fosse un disco acustico: l'uso della voce, dello spazio e dei vuoti è sorprendente e i vari Bon Iver o Mark Kozelek avrebbero molto da imparare dall'approccio di Frank Ocean al genere.

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