LOVE & HATE


Voto Rockol: 4.0 / 5

di Gianni Sibilla

Una piccola regola che mi sono dato, ascoltando e scrivendo di musica, è quella di diffidare delle "next big thing" inglesi. Il meccanismo per cui il prossimo artista è il salvatore del <inserite voi un genere a piacere> è vecchio e particolarmente radicato oltremanica, e serve più ai media che ai cantanti. Spesso, il meccanismo prevede il massacro o il dimenticatoio già al secondo disco.

Nel 2012 Michael Kiwanuka ha vinto il BBC Sound - l'annuale poll della radio nazionale, reputato come il più accreditato nell'individuare le Next Big Thing: ha lanciato Adele, è stato vinto da Mika, da Ellie Goulding, da Sam Smith - ma anche da gente poi rimossa dalla memoria collettiva.

Il primo album di Michael Kiwanuka, "Home again" è era un bel disco, ma godeva (o soffriva) dell'alone della "Next big thing". Un disco scritto e suonato benissimo, ma che sembrava uscito dritto dagli anni '70, tra orchestrazioni alla Van Morrison, e una voce alla Bill Whiters.

Tre anni dopo, Kiwanuka è cresciuto, e parecchio. "Love & hate" è un disco decisamente più maturo. Sarà perchè l'aura da "Next big thing" è ormai dimenticata, ma ora si può davvero apprezzare il talento di questo cantautore. Una grossa mano arriva dalla produzione: Danger Mouse, ancora lui, che aiuta negli arrangiamenti e soprattutto nella parte ritimica. Ma ha il grosso pregio di togliere i freni inibitori a Kiwanuka, facendo l'opposto di quello che fa solitamente un produttore: spingere a tagliare. Invece no: "Love & hate" si apre con "Cold little heart", una suite di 8 minuti, con la voce di Kiwanuka che arriva dopo 5 minuti abbondanti, quando dopo archi, cori, chitarre entra anche una batteria campionata. Si entra, piano piano, in un mondo. E che mondo, in cui passato e presente si fondono senza soluzione di continuità.

Altre due canzoni vanno sopra i 7 minuti, altre due sopra i 5. Ma non c'è un momento di noia, soprattutto in canzoni come "Love & hate", 7' e 43" di melodia e ritmo, un vero gioiello - come "Black man in a white world", ancora più melodica, come "One more night" (che sembra quasi un brano degli Gnarls Barkley, e non è un male)

Vedremo i risultati di questo album, ma a livello qualitativo, possiamo semplicemente dire che Michael Kiwanuka è passato dallo status di "Next" a "Big thing" e basta.