«JOAN THIELE - Joan Thiele» la recensione di Rockol

Joan Thiele - JOAN THIELE - la recensione

Recensione del 17 giu 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Joan Thiele, piacere di conoscerci.
Del resto è quello che ci si aspetta da un EP d’esordio: avere la possibilità di conoscersi, e, se possibile, il materiale per farlo discretamente bene.

Quindi: Joan è una ragazza classe 1991, nata in Italia da madre italiana e padre svizzero-argentino ma che ha passato buona parte della vita all’estero: Sud America e Inghilterra, principalmente. Sembra scontato ma, trattandosi di un’opera prima, alcune cose vanno dette ora per poi tacere per sempre: sì, nel pop di Joan Thiele c’è tanta anima latina quanto stile albionico. E sì, trovare tutto questo in una ragazza così giovane e dalla perfetta pronuncia inglese, cresciuta sulle rive del Garda, è qualcosa di eccezionale nel senso letterale del termine.

Ecco, ascoltati i sette pezzi che compongono questo lavoro, sei inediti più la cover di “Lost ones” di Lauryn Hill, quello che rimane è effettivamente la sensazione di essere di fronte ad una vera eccezione, con allegata regola da confermare. Regola che nello specifico recita: il pop all’americana (e all’inglese) lo sanno fare davvero bene solo americani (e gli inglesi). Tutti gli altri possono provarci, ma di solito il confronto è impari. L’eccezione si chiama Joan Thiele: lei lo sa fare bene quanto loro.

Dando quindi per assodato il concetto, posso ora giocarmi un paio di titoli, quelli che trovo più significativi per dare credito a ciò che penso. Il primo è “Save me”, singolo a dir poco riuscito, perfettamente scritto e prodotto per piacere non solo al grande pubblico ma anche ai palati più ricercati. Eccola qui la differenza. Perché va bene il pop, che vuol dire tutto e niente ma, arrivati dove siamo, dovremmo aver capito che dietro alle cose apparentemente semplici c’è sempre un mondo di complessità. In questo caso il retrogusto elettronico che pervade tutto il brano, l’arrangiamento, le venature cantautorali, la melodia non così scontata: sono tutti lì a dare spessore a un pezzo nato per restare.
Il secondo brano che metto sul tavolo è “Heartbeat”. Più compassata, riflessiva, intima. Cupa, acida, minimal, un po’ soul; a me è piaciuta perché ci sento anche un qualcosa dell’oxfordiano dall’occhio pigro, e spero che questo non faccia inalberare nessuno.

Poi d’accordo, la cover di Lauryn Hill ci da la misura di quello che è il background di Joan e ci riporta a quanto detto in principio. Questa ragazza ha viaggiato tanto, ascoltato tanto e imparato la lezione. I suoi pezzi riflettono ciò che è, che è stata e ci raccontano ciò che molto probabilmente sarà. La nostra splendida eccezione pop. Piacere di conoscerci.
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