«ANICE IN BOCCA - Dente» la recensione di Rockol

Dente - ANICE IN BOCCA - la recensione

Recensione del 13 apr 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

E' un salto nel passato al gusto di anice quello di Giuseppe Peveri, per brevità chiamato Dente. L'occasione è il ritorno alla vendita del suo esordio discografico, "Anice in bocca", a dieci anni dalla sua pubblicazione. Nel 2006 il cantautore di Fidenza era un artista che muoveva i primi passi di una strada tutta in divenire e la sua opera prima rappresentava il condensato di una poetica semplice e brillante. Aspettando il nuovo album di inediti - previsto per la fine di questo 2016 - Dente inganna l’attesa ripercorrendo le tappe della sua carriera con la ristampa degli esordi.

Un album fatto in casa, registrato con voce, chitarra e piccoli orpelli a dare peso alle canzoni, come campanelli, fischi, rumori di fondo, pianoforti giocattolo. 16 brani per un minutaggio di poco superiore alla mezz’ora che lo rendono un disco passionale e stravagante, un gioiellino lo-fi di schegge impazzite contenute in un cd venduto solamente ai concerti. Più che un ritorno nei negozi si tratta di un vero debutto.

Dieci anni fa "Anice in bocca" usciva così, 300 copie in un formato semplice ed economico: un involucro di plastica trasparente conteneva il dischetto e la copertina impressionista di colore verde. Povero ma bello, nessuna custodia vera e propria né lussi extra, tutto confezionato a mano dal suo artefice che, chitarra alla mano, calcava i primi palchi da solista. La versione del 2016 è invece un vinile da 140 grammi, perché se è vero che la musica si muove nelle forme più fluide e disparate, è anche assodato che il long playing oggigiorno ripaga fisicamente di più di un comodo abbonamento in streaming. Nel nuovo supporto, la bizzarra acida cromia dell’esordio viene praticamente aggiornata al grande formato, una sorta di upgrade, lasciando quasi del tutto inalterato il packaging originale. E per non farsi mancare proprio nulla, in allegato viene fornita anche la copia in cd, con tutto il suo splendore minimal.

Pur con i suoi limiti tecnici ed economici il primo album di Dente è un disco tutto da (ri)scoprire che riesce a farsi largo per la sua frammentata originalità. I testi, allora come oggi, ruotano intorno alla tragicomicità dei sentimenti. L'amore e i malesseri assortiti che ne derivano, come sempre d'altronde, sono il perno centrale dei giochi di parole e dei calembour linguistici tipici della scrittura di Dente. Qui siamo in presenza di pennellate suggestive e poco levigate, bozzetti ruvidi e drammatici di "Le gambe" e "Poca cosa", di graffiante amarezza come "Novemila ore" ("Forse è colpa mia / se non hai retto più di / quasi novemila ore") e “Pastiglie” (“Anch’io fui una medicina e chi mi prese impazzì”) o di situazioni al limite del grottesco narrate in “Un bacio e un omicidio” (“Scusi signorina se le lecco i piedi ma un bacio e un omicidio sono la stessa identica cosa”). C’è infine una rabbia di fondo che pervade queste canzoni, un cinismo e una disillusione che appare più acuta in questo esordio che non in altre sortite.

Con la sua aria un po’ distratta ma anche di chi in fondo la sa lunga, è ormai uno di quei nomi di punta che non si possono non citare tra quella della nuova canzone d'autore. 5 album tra etichette indipendenti e un approdo alla Sony (con tanto di rispolvero del glorioso marchio RCA) per il suo ultimo lavoro di inediti “Almanacco del giorno prima” del 2014, Peveri è un cantautore che somiglia sì a Battisti per quelle sue caratteristiche compositive, ma che è al tempo stesso anche così unico nel descrivere il suo mondo con un linguaggio pop di condivisibile quotidianità. Dieci anni fa forse in pochi avrebbero scommesso sulla lunga vita artistica di Dente da un paio di accordi strampalati e una voce con una “erre” piuttosto deboluccia, ma da "Anice in bocca" in poi sarebbero arrivate grandi affermazioni, come il concertone del Primo Maggio, la partecipazione alla compilation “Il Paese è reale” promossa dagli Afterhours, il palco del Club Tenco e via cantando. Non poco per uno che viene tacciato di una leggerezza, che in effetti tanto leggera poi alla fine non è.
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