«IRREQUIETO - Mezzala» la recensione di Rockol

Mezzala - IRREQUIETO - la recensione

Recensione del 16 ott 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

C’è una passaggio parlato, in “Chissà”, la canzone che chiude “Irrequieto”, il secondo disco da solista di Michele “mezzala” Bitossi dei Numero6. E’ il conterraneo Zibba a riprodurre un (im)probabile dialogo con un addetto ai lavori: “Caro Mezzala hai del talento/Scrivi in modo originale e profondo/Il tuo è un pop intelligente/ Mi ricorda molto il mondo di quei cantautori romani/fai piacevoli canzoni ma non basta no no no si tratta purtroppo di musica molto difficile da collocare/le radio non ti passerebbero (ora siam sui talent)/ma tienimi sempre e comunque aggiornato/ascolto molto volentieri: hai un bel mondo…”

Vero? Falso? Verosimile? Poco importa: che Mezzala abbia talento e sia originale è un understatement . E questo album lo dimostra. Se il mondo della musica italiana avesse un poco più di coraggio, il resto di quel dialogo sarebbe palesemente falso. Ma tant’è. “Irrequieto” è un album che porta Mezzala ancora più avanti (o forse più indietro, a sentire quell’immaginario addetto ai lavori): canzoni pop nel migliore senso del termine, scritte bene, arrangiate meglio, senza steccati tra generi. Dice Mezzala che nello scrivere i brani di questo album è andato alla ricerca di un certo "soul bianco", fatto di fiati e groove, unendolo con i suoni degli anni ’60 e ’70 italiani.
Obiettivo centrato, in pieno: sentendo brani come “Le tue paure” e “La classifica” e “A chi non vuol giocare” vengono in mente canzoni come “In bianco e nero” di Carmen Consoli, e quella voglia di unire in unico spazio il mondo di Style Council, della canzone italiana e della matrice americana di Bitossi è grande amante ed esegeta (i R.E.M. e le chitarre arpeggiate - le Rickenbacker, per la precisione). In altri brani si vira più verso il pop di matrice Bacharach (“Ancora un po’ bene”), in altri si gioca con il country (“Se mi accontentassi”).
Poi ci sono le storie, certe volte surreali, ironiche, mai banali: il piccolo gioiello è “La classifica”, racconto di un incontro tra un musicista e una giovane giornalista che culmina nell’urlo quasi disperato “Sbobina me, ti prego sbobina me!”.
“Irrequieto” è un titolo appropriato: è un disco contemporaneamente facile da ascoltare e difficile da rinchiudere in uno steccato, frutto di frequentazioni e ascolti fatte con la voglia di non fermarsi mai.
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