«TUG OF WAR (DELUXE EDITION) - Paul McCartney» la recensione di Rockol

Paul McCartney - TUG OF WAR (DELUXE EDITION) - la recensione

Recensione del 15 ott 2015 a cura di Luca Perasi

La recensione

A quasi un anno di distanza dai due box di “Venus and Mars” e “Wings at the speed of sound”, McCartney torna sul mercato con le ristampe di “Tug of war” e “Pipes of peace”, un’altra accoppiata di album d’epoca tratti dal suo catalogo, e ripubblicati anche in versione Deluxe. Se le uscite del 2014 erano focalizzate sui due dischi del periodo di massimo splendore degli Wings, le ultime due sono invece l’occasione per rievocare il periodo 1982-83, che sancì il ritorno ufficiale di McCartney come artista solista – “McCartney II”, pubblicato nella primavera 1980, era stato solo un distacco temporaneo dagli Wings, che continuarono a lavorare assieme sino al gennaio 1981, per poi dissolversi senza nemmeno un annuncio ufficiale – e che avviò una nuova collaborazione con George Martin in veste di produttore.

A livello di marketing, il salto dall’epoca Wings agli anni Ottanta, è forse il tentativo da parte di McCartney di recuperare tra gli acquirenti una parte di quella generazione che cominciò ad accostarsi alla sua musica proprio in quegli anni. Visto il lento incedere con il quale queste riedizioni vengono pubblicate, l’attenzione all’anagrafe diventa inevitabile.

Anche in questo caso, non sono mancati al marketing della MPL diversi spunti di interesse per imbastire la nuova operazione celebrativa. I due album danno infatti l’opportunità di parlare della scomparsa di Lennon – avvenuta proprio mentre erano in corso le sedute di “Tug of war” –, dei duetti con Stevie Wonder e Michael Jackson (che lanciarono di fatto l’ultima grande stagione di successo commerciale per McCartney), dell’interesse di Paul per il mondo del jazz e della fusion (in entrambi i dischi compaiono esponenti di punta di quel panorama musicale, come il batterista Steve Gadd e il bassista Stanley Clarke), del ritorno in studio con Ringo e delle sessions assieme a Carl Perkins, uno dei pionieri del rock’n’roll.

L’attuale panorama dell’industria discografica, che ha fatto del re-assessment un cardine dell’offerta commerciale, concede a McCartney l’assist per riscrivere in qualche modo la storia, arte che Paul padroneggia come pochi.
All’interno dell’incessante campagna promozionale che McCartney ha deciso di fare di sé da diversi anni a questa parte, le ristampe del catalogo solista sono in realtà solo una parte di un ingranaggio ormai rodato, che comprende concerti, collaborazioni, riedizioni di materiale dei Beatles e, a seconda degli umori o di quello che suggerisce l’esperto, un nuovo disco pop, sperimentale o di classica. Un marketing che da ultimo comprende anche amenità del tipo “stampa il tuo Paul in 3 D”.
Solo così si può capire perché, al di là della comunicazione altisonante che fa da traino ad ogni ristampa del suo catalogo, Sir Paul concepisca questi remasters come un pretesto per generare interesse riguardo l’unica eredità che gli interessa davvero: quella dei Beatles. Ecco che in quest’ottica, tutti i set della “Paul McCartney Archive Collection” – potenzialmente davvero ricchi di interesse storico – divengono sempre più un mero strumento di propaganda “politica”. Passando in rassegna i contenuti, infatti, qualcosa non torna, perlomeno in una certa ottica. Il package di “Tug of war” è certo generoso: tre cd (i primi due con la versione remixata ed originale dell’album, il terzo con undici tracce bonus) e un dvd contenente circa trenta minuti di video-clip e filmati d’epoca.

In una prospettiva storica, diamo la precedenza al secondo cd, che offre la versione originale (e non rimasterizzata) di “Tug of war”. Acclamato all’epoca della sua pubblicazione in modo persino eccessivo da “Rolling Stone”, che lo definì “un’autentica enciclopedia del pop, nella tradizione di ‘Rumours’ dei Fleetwood Mac, “Off the wall” di Michael Jackson o “Songs in the key of life” di Stevie Wonder, l’album segnò di fatto l’ingresso di McCartney negli anni ottanta.

Il ritorno sulla scena dopo due anni di assenza dal mercato discografico fu baciato anche da un grande successo commerciale: il disco arrivò al n.1 sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti. Dall’altro lato, si sarebbe trattato di un canto del cigno: mai più Paul avrebbe raggiunto la vetta delle classifiche sui due lati dell’oceano con un suo album.


Lasciate da parte le sperimentazioni e le stravaganze di “McCartney II”, con “Tug of war” McCartney si riportava sul terreno del pop commerciale, quello a lui più congeniale. Il disco introduceva le avvolgenti parti corali a tre voci assieme a Linda ed Eric Stewart dei 10 CC, che avrebbero costituito il trademark sonoro di McCartney per il successivo triennio: Paul si ispirò proprio alla celebre “I’m not in love” dei 10 CC per il suo nuovo sound.
“Tug of War” fu trainato dal mega-hit “Ebony and ivory”, cantato in coppia con Stevie Wonder, idolo di McCartney, che nel 1973 gli aveva dedicato una scritta in braille sul retro di copertina di “Red Rose Speedway” (“We love you baby”). Nata dopo un diverbio con Linda, la canzone fu trasformata da McCartney in un inno all’armonia razziale, Con sette settimane al primo posto nella classifica dei singoli in America, “Ebony and ivory” si è guadagnata nel tempo anche una certa notorietà nella cultura popolare, con citazioni cinematografiche e televisive.
A far da contraltare al pop melodico di “Ebony and Ivory”, McCartney e Wonder offrono anche la funkeggiante “What’s that you’re doing”, nata da un’idea di Stevie al piano elettrico.
“Tug of war” propone la consueta varietà di generi e stili, così tipica del repertorio di McCartney, tanto da essere diventata nel corso del tempo una ricetta sempre meno genuina, con ingredienti comprati al supermercato invece che raccolti nell’orto di casa. Insomma, una strategia studiata a tavolino per allargare il target dei potenziali compratori.

Il tono meditabondo di ballate acustiche come “Tug of war” (dal taglio melodico vicino a quello della canzone napoletana) e “Somebody who cares” (con suggestive nuance andine), riflette la maturità di un McCartney arrivato al traguardo dei quarant’anni.
Il pop scattante è invece in “Take it away”, il secondo singolo che fu estratto dall’album (raggiunse la decima posizione su “Billboard”): basso reggae, ritornello killer, cori a risposta e fiati scintillanti.
Altrove, Paul gioca spensierato con la nostalgia e i ricordi dei suoi anni Cinquanta: “Ballroom dancing” rievoca le serate nelle sale da ballo assieme a Harrison, quando i due tentavano di rimorchiare le ragazze spesso senza riuscirvi, mentre “Get it” è un divertente quanto innocuo duetto con il mito del rockabilly Carl Perkins. Proprio in coda a “Get it”, ecco la claustrale “Be what you see”, trenta secondi di chitarra e voce filtrata col sintetizzatore vocoder: un frammento alla Pink Floyd.
Il talento del duo McCartney-Martin in studio di registrazione trova un esempio in “The pound is sinking”, un pezzo ispirato a Paul dai titoli delle pagine di economia dei quotidiani e confezionato incollando diversi frammenti, nella più pura tradizione di “Strawberry Fields forever”. Due sono i brani davvero imperdibili di “Tug of war”: “Wanderlust” e “Here today”. “Wanderlust” – scritta da McCartney anni prima dopo un diverbio a proposito di droghe occorsogli durante le registrazioni di “London Town” – è una canzone per pianoforte in tre parti, un esempio da inserire nei trattati di armonia musicale. “Here today” è invece la nota canzone-tributo a Lennon. Venuto fuori dopo vari ripensamenti, il brano è un omaggio misurato e senza retorica, con un quartetto d’archi sulla scorta di “Yesterday”.
“Tug of war” è proposto anche in una versione appositamente remixata, inclusa addirittura sul primo cd: è questa inoltre la sola versione proposta dell’album per l’edizione standard con due cd.

Per sua stessa ammissione, McCartney non è un audiofilo: stavolta però si è fatto coinvolgere in un’operazione di remixaggio dell’intero album, forse perché vi è particolarmente affezionato o forse per rendere più appetibile commercialmente la riedizione del disco.
McCartney e Steve Orchard, ingegnere del suono di Abbey Road, hanno passato un intero mese in studio, utilizzando il multitraccia originale e passando in rassegna le dodici canzoni di “Tug of war” per cercare di ottenere – nelle parole di Orchard – “un suono più aperto, dinamico ed ampio”.
Il risultato è destinato a dividere le opinioni, come sempre succede in questi casi. Per alcuni il remixaggio non sarebbe da considerarsi un processo filologicamente corretto, a detta di altri rappresenterebbe invece l’occasione per cogliere meglio alcuni particolari dell’incisione originale rimasti sullo sfondo.
A mio parere l’esito non è un granché. Certo, la maggiore definizione della strumentazione consente gradevoli scoperte, e qualche armonia vocale precedentemente rimasta sepolta viene fatta risaltare in modo brillante. Dall’altro lato, il lavoro di bilanciamento audio si traduce in un aumento eccessivo del volume di tutto il disco: “very loud”, come direbbero gli inglesi. Per quanto riguarda le parti vocali, l’impressione è che il team McCartney/Orchard si sia fatto prendere un po’ la mano.
Una prima novità poco gradita è la rimozione dell’effetto phaser dai cori, cioè proprio il tratto distintivo di quelle parti. Per la voce solista, si è optato invece per l’applicazione di una massiccia quantità di riverbero, oltre all’aumento del volume. L’effetto “cattedrale” sulle parti vocali di McCartney mina tutta l’operazione: se si voleva un suono davvero “aperto, dinamico ed ampio”, sarebbe stato preferibile proporre l’album nel formato 5.1.
Il cd-bonus è più godibile ed offre undici tracce; in tre casi si tratta di brani già editi nel 1982 ma mai apparsi prima d’ora su cd: “Rainclouds” (scritta con Denny Laine e pubblicata sul lato b di “Ebony and ivory” come ricompensa extra per i suoi servigi negli Wings), “I’ll give you a ring” (lato b del singolo “Take it away”) e la versione di “Ebony and ivory” con il solo Paul alla voce, che aveva trovato spazio sul 12 pollici dello stesso singolo.
Le altre otto tracce sono demo, incisi da McCartney nel suo piccolo studio privato nell’estate 1980, tutti noti ai collezionisti più incalliti da almeno venticinque anni. Per un pubblico di novizi però, questi demo sono una ghiotta occasione per prendere confidenza con il processo creativo delle canzoni di McCartney, apprezzandone la qualità anche prima del lavoro di studio, o – in alternativa – l’abilità degli arrangiamenti di Martin e dello stesso McCartney anche in mancanza di un songwriting davvero sostanziale.
L’elenco comprende “Wanderlust”, “Ballroom dancing”, “Take it away”, “Ebony and ivory”, “The pound is sinking”, “Something that didn’t happen” (quest’ultima sarebbe confluita nella precedente canzone), “Dress me up as a robber/Robber’s riff” e “Stop you don’t know where she came from”, l’unico brano originale inedito, inciso all’epoca anche in una versione di studio che invece è rimasta nel cassetto.
Come sempre nel caso di McCartney, c’è spazio per i rimpianti da parte dei collezionisti più incalliti. Rimangono infatti fuori dal progetto parecchi altri brani interessanti incisi durante le sessions: una reprise di “Tug of war”, “All the love is there” (con Stewart Copeland alla batteria) o una versione di “No values”, canzone che sarebbe stata re-incisa per la colonna sonora di “Give My Regards to Broad Street” (1984). Avrebbero meritato una pubblicazione anche le outtakes delle sedute di “Ebony and ivory”, proposte da Paul nel 1995 all’interno del suo show radiofonico “Oobu Joobu”.

Anche il dvd lascia spazio a qualche rimpianto. Vi sono infatti contenuti solo i video-clip dei tre singoli, “Tug of war” – proposto in due versioni – “Ebony and ivory” e “Take It away”, più un mini-documentario dal titolo, “Fly TIA: Behind the scenes of ‘Take it away’” con immagini ed interviste tratte dal set e dal backstage del videoclip della canzone, in parte girato agli Elstree Studios davanti ad un pubblico di 700 invitati. Nel suo genere, è interessante e propone immagini inedite, ma si focalizza più sul McCartney attore che sul musicista. Vi si trovano infatti poche tracce di quella mezz’ora di vecchi classici del rock and roll suonata da McCartney e band per l’occasione: solo qualche nota in sottofondo di “When the saints go marchin’ in” e, proprio in chiusura, uno spezzone di uno strumentale accreditato negli annali con il titolo di “Elstree blues”. Un bel filmato, con Paul al piano elettrico, Ringo alla batteria, George Martin al pianoforte ed Eric Stewart alla chitarra, purtroppo limitato a trenta secondi.
I corredi editoriali di “Tug of War” comprendono un libro di fotografie tratte dalle sedute dell’album ed un volume con un’intervista a McCartney e aneddoti sulle canzoni dell’album, con i contributi di alcuni dei protagonisti delle sessions. Il risultato è incerto: da un lato i contenuti sono troppo generici per un pubblico di specialisti (Paul parla di Stevie Wonder per due pagine, solo per raccontare che è sempre in ritardo), dall’altro anche le informazioni-chiave sulle registrazioni (date, musicisti coinvolti) non sono particolarmente accurate.
Molte date di registrazione non sono state reperite, e questo nonostante la rivista ufficiale di McCartney (“Club Sandwich”, chiuso nel 1998 dopo la morte di Linda) avesse pubblicato all’epoca fatti e notizie ormai di pubblico dominio: in alcuni brani, si è adottato un criterio simile a quello delle chiusure contabili, ponendo date fittizie di inizio o fine mese. Per quanto concerne le attribuzioni degli strumenti (peraltro presenti già sull’ellepì originale) l’impressione è che si sia fatta confusione con altre sessions: i crediti di “Wanderlust” e “Ballroom dancing” sembrano mischiare i musicisti di “Tug of War” e quelli che presero parte alle cover dei due brani per l’inclusione in “Give My Regards to Broad Street”. Anche i crediti degli orchestrali non sembrano precisi, con aggiunte tutte da verificare: stando alle note qui incluse, “Here today” non avrebbe un quartetto d’archi, ma un ensemble ben più vasto.
Una strana omissione accompagna “Rainclouds”, pezzo scritto a quattro mani con Denny Laine e che fu terminato in studio proprio dopo che Paul ebbe la notizia dell’uccisione di John Lennon: il brano è attribuito al solo McCartney.
Il padre di tutti gli errori è però a pagina 15: la didascalia posta sotto una foto delle news della morte di Lennon per le strade di Londra riporta la data della scomparsa di John nel 1981 anziché nel 1980. Prendiamolo come un refuso, ma è davvero grave.

Per quanto riguarda gli apparati fotografici (inclusi sia in questo libro sia nel volume di foto vero e proprio) la documentazione è ricca e di grande interesse. Anche qui però un appunto: avrebbero meritato ben altra qualità di stampa. La carta è nuovamente di provenienza cinese (come già accaduto nel 2014), anche se lo standard si è alzato un po’. E poi: le didascalie sono assenti e sono state raccolte in un foglio posizionato in modo sospetto alla fine del volume: una dimenticanza cui si è riparato alla bell’e meglio? Probabile: un sintomo di disattenzione però non giustificabile quando si parla di una Deluxe Edition. Una curiosità, che sarebbe valsa la pena condividere con tutti gli appassionati che hanno comprato o compreranno questa edizione: le due bellissime foto che ritraggono McCartney e che aprono e chiudono il libro-intervista, non sono state scattate a Montserrat (come potrebbe far supporre il setting esotico) ma nella villa di Ralph Lauren in Giamaica, dove Paul ha soggiornato in diverse occasioni.

“Pipes of peace” offre meno rispetto a “Tug of war” dal punto di vista dei contenuti (solo due cd e un dvd) e non poteva essere altrimenti. Del resto, il progetto derivava da una costola di “Tug of war”, dal momento che sei delle undici canzoni finite sul disco venivano dalle sessions del precedente.
Il primo cd ripropone il disco originale. “Pipes of Peace” fu accolto male dalla critica dell’epoca e “Rolling Stone” scrisse: “McCartney si sforza di essere una persona media, e a volte produce musica sotto la media.” L’album utilizzava un titolo complementare a “Tug of war”, come in un’ideale prosecuzione, e riproponeva la formula del precedente: stavolta la collaborazione di spicco venne affidata a Michael Jackson. Il duo è presente sull’album con due brani firmati a quattro mani, la funky-disco di “Say Say Say” – uno dei più grandi successi a 45 giri nella carriera di McCartney, numero 1 sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra – e “The man”, dove Jackson duetta con Paul ed anche con Linda, che Jacko volle assolutamente in studio per le parti vocali: il ritornello è cantato a due voci da Jackson proprio con lei.
“Pipes of peace” ha i suoi meriti, anche se rimane una pagina piuttosto sbiadita della discografia di McCartney e solo l’escamotage della doppia uscita permette di presentare in modo luccicante anche questo disco, che ottenne consensi e successo relativi.
Uno dei pezzi migliori è proprio la traccia di apertura: “Pipes of peace” coniuga la ballad melodica tipica di Paul, qualche accento reggae e una spruzzata di musica etnica, con l’utilizzo della tabla indiana. Nel gennaio 1984, la canzone arrivò al numero 1 nelle classifiche inglesi, anche sospinta da un videoclip di grande effetto, con la ricostruzione in costume della guerra del 1914-18. Il video conteneva la riproposizione di un episodio realmente accaduto nel Natale del 1914, quando i soldati inglesi e tedeschi interruppero per alcuni momenti le ostilità, scambiandosi i doni ed improvvisando una partita di calcio. Al set del videoclip è dedicato tutto quanto il libro fotografico accluso a questa edizione dell’album.
Nel solco stilistico della title-track si inscrivono anche “So bad”, ballata dagli accenti soul cantata tutta in falsetto da Paul, e la magniloquente “Through our love”, dalla solarità liturgica. Altri brani dell’album seguono invece una linea più funky e avventurosa, secondo la direzione consigliata all’epoca da Martin a McCartney: lo strumentale “Hey hey”, accreditato a McCartney e Stanley Clarke, con passaggi che echeggiano la fusion, la tribale “Tug of peace”, nella quale Paul e Martin si dilettarono ad usare alcune canne per innaffiare il giardino come percussioni, o “Sweetest little show”, nata da una jam e contenente un inserto per chitarra classica dagli intenti parodistici. Alcuni testi passano in rassegna momenti personali difficili o ansie (le romantiche “The other me” e “Keep under cover” trattano temi come la ricerca di un equilibrio o delle soluzioni ai problemi della quotidianità), ma McCartney non è uomo che usa i dischi come confessionale, e “Pipes of Peace” propone anche episodi scanzonati come “Average person”, uno dei tanti brani della carriera dell’ex-Beatle che riflette la sua fascinazione nei confronti delle persone comuni e dei loro destini.
Il cd-bonus contiene nove tracce. Anche qui, un misto di canzoni già pubblicate, demo ed inediti. Quattro i demo, con tre brani presenti sul disco ufficiale (“Average person”, “Sweetest little show” e “Keep under cover”, più godibili in questa forma rispetto alle versioni di studio) e “Simple as that”, un pezzo vagamente sperimentale che riporta lo stesso titolo del brano che nel 1986 McCartney avrebbe donato al progetto “The Anti-Heroin Project: It’s a life in world”. Ci sono poi altri due inediti. Il primo è un curioso brano dal titolo “It’s not on” (il cui testo era stato pubblicato nel 2001 su “Blackbird singing”, una raccolta di testi e poesie dello stesso McCartney), che viene erroneamente indicato come demo, ma è in realtà un’incisione di studio, effettuata agli AIR di Londra il 2 febbraio 1982; il secondo è “Christian bop”, uno strumentale inciso nel 1981 la cui melodia verrà utilizzata per il “Liverpool Oratorio”, il disco di musica classica pubblicato da McCartney nel 1991. Quest’ultimo è un’ulteriore esempio della tecnica pop di McCartney, che spesso fa del copia-e-incolla di vari spezzoni di canzoni un efficiente metodo per riutilizzare idee e spunti anche molto datati: insomma, del maiale non si butta nulla. Gli ultimi tre pezzi del cd-bonus sono “Ode to a koala bear” (il lato b di “Say say say”, per la prima volta su cd), “Twice in a lifetime”, title-track della colonna sonora del film del 1985 con Gene Hackman e Ann Margret (già pubblicata nell’edizione 1993 di “Pipes of Peace” e riproposta assieme allo stesso album di riferimento, pur risalendo al 1985) e “Say say say (Remix 2015)”, contenente parti vocali differenti rispetto all’incisione ufficiale. Strana scelta quest’ultima, soprattutto se fatta a discapito dei remix ufficiali apparsi all’epoca, tra cui quello a cura del celebre Dj Jellybean Benitez, che rimangono dunque ancora nel cassetto. Manca all’appello anche “Blackpool”, prevista all’epoca per il lato B del singolo “The man”, che fu cancellato all’ultimo momento e che è ormai divenuto per i collezionisti un frutto proibito del giardino di McCartney.
Bene informati e insider tramandano anche registrazioni di una versione alternativa di “Tug of peace” o la take completa di “Sweetest little show” (in medley con gli inediti “Any younger” e “Unbelievable experience”): insomma, di materiale a disposizione ve n’era anche in questo caso ben più rispetto a quanto offerto.
Il dvd è ugualmente avaro, e limita i contenuti al minimo: i clip ufficiali dei tre singoli (“Pipes of peace”, “Say say say” e “So bad”), più tre filmati con immagini d’archivio: proprio qui si trovano le cose più interessanti. Il primo è “The man”, con spezzoni filmati nel ranch inglese di McCartney, dove Michael Jackson fu ospite nella primavera del 1983 e che mostrano diversi momenti di svago dei due assieme alla famiglia di Paul.
Il secondo filmato, dal titolo “Hey hey in Montserrat”, propone invece spezzoni di McCartney e famiglia assieme ad alcuni dei protagonisti delle incisioni del 1981 a Montserat, sulla musica di “Hey hey”.
E’ però “Behind the scenes at AIR Studios” la parte migliore del set. Questo filmato (sei minuti circa) presenta alcune immagini tratte dalle sedute di registrazione di “Pipes of Peace”, con alcuni momenti di grande interesse, che presentano McCartney in studio mentre incide voce e strumenti per “Keep under cover” e “It’s not on”. Il tutto è però ridotto a una manciata di secondi e spezzettato da altre immagini colte durante le pause delle incisioni, dove ad esempio Paul si diverte a far cantare i giocattoli del piccolo James. Perché non proporre invece tre o quattro canzoni senza tagli di regia? Purtroppo, il concetto di “behind the scenes” non si sposa ad un artista come McCartney, che fa del controllo assoluto su tutto quel che mostra in pubblico il perno della propria attività.

I contenuti editoriali di “Pipes of peace” rimangono sul vago: peccato anche in questo caso non aver fatto conto sulle informazioni incluse nel numero di “Club Sandwich” dedicato al disco nell’autunno 1983. Accanto al già citato libro monografico di fotografie tratte dal set del clip di “Pipes of peace”, il corposo volume-intervista (112 pagine, come per “Tug of war”) offre poco in termini di aneddoti dalle sessions, pur vantando interviste con Stewart Copeland, Eric Stewart, Andy MacKay, Stanley Clarke e Steve Gadd. Il contributo più interessante rimane quello dell’assistente fonico Jon Jacobs, tuttora attivo nell’entourage di McCartney. Circa 90 pagine di questo book sono fotografie: tra le immagini più curiose, quelle che mostrano McCartney alle prese con la registrazione binaurale o olofonica, mentre canta o suona di fronte ad un manichino di gomma dalla sagoma umana.

Caratteristica dei contenuti di questi due set è l’assenza quasi totale di qualsiasi repertorio tratto dalle sessions di registrazione vere e proprie: come se McCartney volesse risparmiare i propri archivi per le future generazioni (le sue). In rete, i dibattiti tra i fans tengono banco per mesi. E allora qual è il vero target di questa “Paul McCartney Archive Collection”?
Chi si aspettava una specie di “Complete Recording Sessions” è rimasto con l’amaro in bocca. Con queste pubblicazioni, McCartney non mira a conquistarsi una nuova fetta di pubblico: per quell’obiettivo ci sono i duetti con Kanye West e Rihanna, l’espediente scovato da Paul per tornare in classifica dopo trent’anni e potersi fregiare del titolo di compositore che vanta il lasso di tempo più lungo tra il suo primo ed ultimo singolo di successo in America.
La “Paul McCartney Archive Collection” dovrebbe invece rivolgersi al pubblico dei fans incalliti, lo stesso che aveva comprato i dischi originali e poi le ri-edizioni in cd. Alla fine però, McCartney non osa e non apre davvero gli archivi: Paul sceglie di non scegliere, proponendo una via di mezzo tra un prodotto per super-fans e un set che dovrebbe essere capace di attrarre anche un pubblico meno fanatico. In questo modo, finisce probabilmente per scontentare tutti. Le parole “completo” o “definitivo” sono nemiche del marketing, o perlomeno del marketing per come lo intende McCartney, che invece fa dell’effetto Zeigarnik (quel meccanismo che tiene incollate al video le persone che seguono le soap-opera) il perno della sua strategia: ogni volta si aggiunge una tesserina al mosaico, senza mai completarlo.
E allora? L’appuntamento è rimandato al prossimo decennio. Ma non contateci…

Luca Perasi (Milano, 1969), è autore di "Paul McCartney: Recording Sessions (1969-2013)" , il primo "reference book" in lingua inglese dedicato alla produzione solista di Paul McCartney. Pubblicato nel 2013 da L.I.L.Y. Publishing, è stato ristampato nel settembre 2014 con ulteriori aggiornamenti.
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