«30 TRIPS AROUND THE SUN: THE DEFINITIVE LIVE STORY (1965-1995) - Grateful Dead» la recensione di Rockol

Grateful Dead - 30 TRIPS AROUND THE SUN: THE DEFINITIVE LIVE STORY (1965-1995) - la recensione

Recensione del 12 ott 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

O sei dentro, e fino al collo, o se fuori e lo guardi con sospetto, e anche un po' di derisione. Il mondo dei Grateful Dead non conosce mezze misure. O passi ore ad ascoltare diverse versioni di una canzone. O pensi pensi “ma come si fa ad ascoltare quegli assoli infiniti - che noia!”, o “come si fa a collezionare così tanti concerti di un gruppo”?

Il punto, però, è che in questo mondo non ci sono porte d'entrata. Se ci sono, sono strette, piccole, e faticose: è difficile, anche con le migliori intenzioni, trovare un album, una raccolta che faccia da spartiacque, che ti permetta di iniziare a capire la meraviglia della musica dei Dead,. Un “best of” tradizionale non serve - i Dead esistevano soprattutto dal vivo. E se dal vivo deve essere: quale concerto? di quale era? Nei 30 anni della loro storia, hanno fatto veramente di tutto: ci si perde in un attimo.

Eccola, la porta d’ingresso: questo cofanetto di 4 CD, pubblicato all’interno delle celebrazioni per i 50 anni (che hanno pure visto la band riunirsi per la prima volta quest’estate con il marchio originale, con Trey Anastasio al posto di Jerry Garcia). “30 trips around the sun” è la versione ridotta e commerciale (nel senso che viene diffusa ovunque), del box di 80 CD (80!) venduto (in migliaia di copie) solo sul sito della band. Là, un concerto inedito completo per ogni anno di attività del gruppo. Qua, una canzone da ognuno di quei concerti. Risultato: 30 canzoni, anzi 31, con l’iniziale “Caution (Do Not Stop On Tracks)”, registrata in studio nel ’65. C’è davvero quasi tutto, sia per i fan (le versioni sono tutte inedite), sia per chi vuole partire da zero.

Ci sono gli inizi acidi e psichedelici degli anni ’60, i trip sperimentali degli anni ’70, le atmosfere più rilassate degli anni ’80. C’è pure il declino degli ultimi tour dei primi ’90. C’è “Dark star”, la canzone più bella, la firma dei Dead (ne parlavamo qua), seppure in una versione “ridotta”, del ’68 (solo 10’ contro gli epici 20-30 di primi anni ’70). Ci sono pezzi storici come “Uncle’s John band” e “Scarlet begonias” - seppure una versione senza la sua coda naturale, “Fire on the mountain”. Certo, manca qualcosa: per ragioni di spazio, come in questa’ultimo caso, si sono preferite versioni meno lunghe, spesso senza le sequenze classiche (con le canzoni che si fondono l'una nell'altra in stupende "jam"). E qualche classicone è assente: i primi che vengono in mente sono “St. Stephen”, “Playing in the band”, “Truckin’” “China cat sunflower/I know you rider” - ma in un repertorio di oltre 600 brani suonati in poco meno di 2500 concerti, è inevitabile.
Questo è un punto di partenza, appunto, da qualche parte bisogna cominciare.
Poi, se volete continuare: “Sunshine daydream”, il live del ’72 pubblicato un paio di anni fa, è forse il concerto intero più bello della band (diciamo “forse”, perché sul tema i fan discutono da decenni) - e a novembre arriva “Fare thee well”, le registrazioni dei concerti di “addio” a Chicago della scorsa estate - che addio non è stato, perché la band è rinata come “Dead & company”, senza Phil Lesh e con John Mayer a chitarra e voce. Se siete fan, apprezzerete le scelte non scontate, sia in termini di canzoni (la cover di “Broken arrow” di Robbie Robertson), sia di scelta delle ere di esecuzioni (“Morning dew” dagli anni ’80, “Dancing in the street” dai primi anni ’70 piuttosto che dalla fine del decennio). Se non lo siete, rischiate di perdervi in ore di musica, che sono quelle di questi 4 CD (consigliata la versione fisica, con un libretto che spiega ogni canzone e il relativo concerto) e sono quelle di tutta la musica che potreste ascoltare dopo questa…
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