«THE CONTINO SESSIONS - Death In Vegas» la recensione di Rockol

Death In Vegas - THE CONTINO SESSIONS - la recensione

Recensione del 14 ott 1999

La recensione

Il disco precedente, “Dead Elvis”, è un album di culto per la scena elettronica inglese. Dall’alto della loro consolidata posizione, però, Death In Vegas - per il loro nuovo disco - hanno pensato bene di dare una bella sterzata al loro sound, rinunciando quindi alla sicurezza dei sentieri battuti in “Dead Elvis”. Già perché se nel primo disco Fearless e il suo compagno si trastullavano con suoni “cinematici”, dub e ska, questa volta, in linea con l’orientamento di Chemical Brothers, deragliano decisamente verso territori rock. Sia ben inteso: il dub è ancora in testa alle loro preferenze. Se ne possono ancora sentire i riverberi, qua e là, durante il disco. Solo che è più difficile riconoscerne i suoni e la loro matrice jamaicana. “ Mi sono sempre piaciuti i gruppi rock che costruivano muri di suoni con le loro chitarre. Gente come My Bloody Valentine o Sonic Youth”, ha detto Fearless durante una recente intervista. Ecco, il dub è finito dietro a questi muri di suono. Muri di suono che ricordano proprio i gruppi citati da Fearless. Muri di suono attorno a cui Death In Vegas hanno modellato la loro versione “chemical” del rock anni ‘90, pensando (altra analogia con i Chemical) di farsi aiutare da alcuni vocalist di spicco. Così Dot Allison (già vocalist di fiducia di Orbital), canta in “Dirge”. Jim Reid di Jesus & The Mary Chain compare in “Broken Little Sister”. Bobby Gillespie di Primal Scream dà il suo contributo in “Soul auctioneer”, mentre Iggy Pop (sì, proprio lui) canta in “Aisha”. Il risultato è un disco che si allinea idealmente al recente capolavoro di Chemical Brothers (“Surrender”) seguendo comunque la sua strada (quella del noise rock piuttosto che non la psichedelia dei Chemical) e confermando quanto le nuove generazioni cresciute a suon di acid house possano portare nuova linfa al rock.
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