«HUMAN CLAY - Creed» la recensione di Rockol

Creed - HUMAN CLAY - la recensione

Recensione del 13 ott 1999

La recensione

Per la rock audience americana i Creed sono una delle prove dell’esistenza di Dio. “My own prison”, il loro album d’esordio, uscito nell’agosto del 1997 e pubblicato in Europa soltanto l’anno scorso, ha vinto tanti di quei premi, riconoscimenti e sondaggi di fine anno da far arrossire la buonanima di Elvis, se soltanto fosse ancora viva. Di quel disco i Creed hanno infatti venduto quasi 4 milioni di copie vendute, oltre a ricevere un BillboardMusic Award come vincitori nella categoria ‘Artista Rock dell’Anno’ e, cosa che rappresenta un record, a piazzare quattro singoli estratti dallo stesso album al numero uno delle radio rock.
Merito sicuramente di un album splendido come “My own prison”, che riportava in alto il credo della musica rock potentemente influenzata dall’approccio più folk del grunge di Seattle, quello incarnato dai migliori Pearl Jam. Giova a questo punto ricordare che la voce di Scott Stapp è per molti versi simile proprio a quella di Eddie Vedder, anche se i Creed sembrano in grado di scrivere più agevolmente quelle canzoni che i Pearl Jam stentano ormai a trovare.
Detto ciò, “Human clay” conferma e anzi incentiva l’entusiasmo sulla band, sottolineandone tutti i pregi e scongiurando il pericolo di band fenomeno dalla breve vita: chitarre massicce (Mark Tremonti), dosi industriali di riff Metallici, una ritmica accorta nell’uso delle dinamiche (Brian Marshall, basso, e Scott Phillips, batteria) a uso e consumo della voce di Scott Stapp. Il risultato sono canzoni poderose, dalle vaghe ombre dark ma sorrette da testi che parlano da anima a anima. Che si parli del trascorrere del tempo (“Never die”), della presa di coscienza di se stessi («è buffo come il silenzio parli a volte quando sei solo/e ricordati che senti/ancora una volta sono di fronte all’uomo senza volto», da “Faceless man”), dello spettacolo spregiudicato e miserabile offerto dai media («Cosa succederebbe se le vostre parole venissero considerate un crimine?»), dell’esperienza della paternità (aho, ma tutti adesso? Deve essere l’effetto nuovo millennio…) raccontata in “With arms wide open” – una ballad clamorosa – i Creed scavano a fondo nella loro coscienza e altrettanto fanno in quella di chi ascolta. Difficile rimanere indifferenti, o sottrarsi al loro fascino: “Human clay” è la dimostrazione, persino inquietante a tratti, di un talento troppo potente per essere ‘contenuto’ o convogliato dai media. E con dei picchi di eccellenza, contenuti soprattutto verso la fine dell’album: “With arms wide open”, “Wash away those tears” e “Inside us all”, quest’ultima veramente trafugata dal cassetto delle migliori idee di Eddie Vedder. Grande rock.
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