«MY FAVOURITE FADED FANTASY - Damien Rice» la recensione di Rockol

Damien Rice - MY FAVOURITE FADED FANTASY - la recensione

Recensione del 04 nov 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La purezza e l’autenticità: le grandi truffe del rock ’n’ roll (e di ogni genere di musica). Quando un artista dice di essere puro o autentico, sta assumendo una posa ad uso e consumo di pubblico, media e industria. Quando un artista sfugge ai riflettori, alla fine è una nuova versione, (in)consapevole del “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” di morettiana memoria. Puoi controllare e scegliere i modi della tua presenza, ma non puoi evitare di far parte del sistema. Non è un bene o un male: è che tutta la musica funziona così, da Elvis in poi.
Ma se c’è un artista che negli ultimi anni si è avvicinato alle idee platoniche di purezza e autenticità musicale, uno che ha controllato i suoi modi e i suoi tempi è Damien Rice. Una sorta di Salinger musicale: “My faded favourite fantasy” arriva a 12 anni da “O”, che è un piccolo “Il giovane Holden” in musica. Una di quelle opere in cui prima o poi ti imbatti, ti fulminano, ogni tanto ci ritorni, e ti commuove come se fosse la prima volta.
Da quel successo, per quanto di nicchia, Rice è scappato. Non totalmente come Salinger: un altro album, “9”, nel 2006. La rottura, personale e musicale, con Lisa Hanningan. L’esilio volontario in Islanda. Qualche concerto ogni tanto qua e là, anche in Italia (per mantenersi?). Qualche canzone sparsa. Ma nessun segno di nuovo album, fino a questo.
Lisa, che con la sua voce apriva “9”, non c’è più, ha una sua carriera. Questo è il primo album di Damien Rice senza di lei. Ma le prime note di questo disco, quelle della title-track, fanno venire un tuffo al cuore. Una voce in falsetto, potrebbe essere quella di una donna, potrebbe essere quella di Lisa. E invece è lui, che canta “Conosco qualcuno che potrebbe recitare la parte, ma non sarebbe lo stesso come con te”. Si potrebbe psicanalizzare all’infinito, fare i retroscena che volete. Ma il fatto è che Damien Rice suona come puro, pardon suona “sincero” anche quando si autocita e sembra mettere in piazza i suoi sentimenti, come ha sempre fatto.
Poi, ascoltando il disco, si capisce che (finalmente) Damien è andato avanti. A fatica, ci ha messo del tempo. Ma alla fine ci ha regalato un altro disco spezzacuore.



“My favourite faded fantasy”, la canzone, poi si apre da voce e chitarra elettrica ad un arrangiamento fatto di archi, di pieni e di vuoti: si sente la mano di Rick Rubin, uno che - non a caso - incarna perfettamente la fusione tra una visione pura della musica (il lavoro fatto su Johnny Cash, su tutti) e l’essere dentro un sistema, quello della discografia, e saperlo usare piuttosto che farsi usare.
Damien Rice è andato avanti senza spostarsi granché: la sua poetica è la stessa, alla fine. Solo un poco più precisa, solo un poco più a fuoco.
Certe volte, per cominciare, gli basta un arpeggio di chitarra acustica e un piano, come “Colour me in”. Poi quasi sempre, arrivano gli archi, gli arrangiamenti imponenti, i crescendo. Ci sono canzoni più lunghe (“It takes a lot to know a men" arriva a 9 minuti e mezzo, “Trusty & true” a otto e mezzo). C'è una scrittura perfetta. C’è quella voce messa lì davanti agli strumenti che sembra arrivarti dritta nello stomaco.
E c’è soprattutto l’interpretazione. Perché le parole di Damien Rice, ancora oggi, sono semplici, talvolta quasi banali, ma cantate con una tale intensità, con un’interpretazione così forte e unica che ti spostano. Il mantra di “Colour me in”, “Come let me love you”… Il finale di “Trusty and true”, con quel grido “Come… come alone, come with fear, come with love, come however you are, just come”, messo su un crescendo da brividi.
“My faded favourite fantasy” è un altro piccolo gioiello di purezza, ammesso che la purezza esista nella musica.
Meno male che Damien Rice pubblica un album ogni otto anni, se fa dischi così belli e intensi. Troppo intensi da reggere a ritmi più sostenuti.
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