«BIG MUSIC - Simple Minds» la recensione di Rockol

Simple Minds - BIG MUSIC - la recensione

Recensione del 03 nov 2014 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Le chitarre cariche di riverbero di “Sparkle in the rain”, l’atmosfera tesa di “New gold dream”, le pulsazioni sinistre di “Empires and dance”, la tastiera del live “In the city of light”. E poi, i tappeti di sintetizzatori degli album gemelli “Sons and fascination” / “Sister feelings call”, la melodia di “Someone somewhere in summertime”, il drumming potente di Mel Gaynor. “Big music” è una specie di Frankenstein sonoro, un esperimento in genetica musicale tentato con uno scopo preciso: sedurre chi ha amato i vecchi Simple Minds. Detto così, può sembrare un pasticcio. E invece è l’album migliore degli scozzesi da una ventina d’anni a questa parte. Riesce ad evocare l’epoca in cui il gruppo rivaleggiava in popolarità con gli U2, ma anche i suoni pieni di stile degli anni precedenti e persino le atmosfere cariche di mistero degli esordi. Ma fallisce nel ricatturare l’energia e la tensione sprigionate dai dischi di quegli anni.
br> Sono almeno quindici anni che i Simple Minds usano la retorica del ritorno alle origini. Jim Kerr è riuscito a creare una mistica del gruppo – un miscuglio di visioni, proclami socio-politici, energia giovanile, vaga spiritualità –, un luogo di purezza a cui tornare nei momenti di crisi. E così da una parte s’è inventato l’alter ego Lostboy!, “il ragazzino appassionato che mi ero messo alle spalle”, e dall’altra ha messo in piedi con i Simple Minds il tour “5x5” basato esclusivamente sugli album precedenti il boom di “Don’t you (Forget about me)”. Ecco, “Big music” è figlio di quelle due esperienze, e lo è letteralmente giacché alcune canzoni avrebbero dovuto finire nel secondo album di Lostboy!. È frutto della voglia di assetarsi una volta ancora alla fonte della giovinezza, è mosso dal desiderio di tornare a fare musica importante appassionata, immediata. Nel 1984 i Waterboys trovarono un nome per questo atteggiamento, per questo sound: “Big music”. Il termine finì per accomunare band del Regno Unito come U2, Alarm, Big Country, e ovviamente Simple Minds.

Nell’arco di dodici canzoni (diciotto nella versione deluxe) i Simple Minds evocano tanto la formazione underground che si fece strada nel rock britannico, tanto quella che fece il salto verso il pop internazionale. L’album si apre con “Blindfolded” e nel giro di due strofe Jim Kerr riesce a cantare di mistero, libertà e santi, il tutto su una base musicale a metà strada fra “New gold dream” e “Once upon a time”. È lo stesso territorio famigliare che la band evoca nel singolo “Honest town”, un omaggio alla madre di Kerr e alla città di Glasgow che suona come un’outtake di “New gold dream”. Non va sempre altrettanto bene. A volte i Simple Minds tirano fuori canzonette come “Midnight walking”, un brano scritto in Norvegia che un tempo avrebbero relegato al lato B di un 45 giri, e a volte riescono a centrare pezzi di valore come la confessione che chiude l’album, “Spirited away”.



L’atmosfera del disco è densa, il passo moderato. Nuove energie compositive vengono da Iain Cook dei Chvrches, co-autore di “Honest town” e di “Blood diamonds”. Quest’ultima era inclusa con l’altra inedita “Broken glass park” nella compilation del 2013 “Celebrate”; entrambe riappaiono qui in versioni non radicalmente diverse da quelle dell’anno scorso. Un po’ di freschezza arriva da “Let the day begin”, un pezzo degli americani Call datato 1989. È un omaggio al cantante del gruppo Michael Been morto nel 2010. Il padre di Robert Levon Been dei Black Rebel Motorcycle Club aveva scritto “Let the day begin” pensando a “Waterfront” dei Simple Minds. Jim Kerr e i suoi le riservano lo stesso trattamento epicheggiante che dedicavano ai propri pezzi a metà anni ’80. “Big music”, la canzone, è un po’ il manifesto dell’album. Kerr l’ha scritta dopo avere visto Prince in concerto a Montreux: uno show bello e frustrante, perché privo dei successi che tutti volevano sentire. Al contrario di Prince, in quest’album Kerr dà al pubblico quel che il pubblico vuol sentire.

“Big music” sta ricevendo un’accoglienza calorosa: Mojo, Q, Record Collector, The Times, Daily Mirror, per citare le testate più importanti, gli hanno riservato grandi elogi e giudizi a quattro stelle. Eppure l’album sarebbe stato migliore se i Simple Minds si fossero disfatti di certe melodie cheap, se avessero fatto a meno dei sequencer, se avessero scelto suoni più originali, se avessero scartato un paio di pezzi deboli. La verità è che il tempo non si ferma per nessuno. Come quasi tutti i dischi presentati come un ritorno alle origini, “Big music” finisce per sfiorare solo la superficie di quel che il gruppo era. Ma è facile farselo bastare.
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