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Recensioni / 27 ott 2014

Annie Lennox - NOSTALGIA - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Gianni Sibilla
NOSTALGIA
Island Records (CD)
Nostalgia, sì, ma di che cosa? Di un luogo o di un tempo andato? Ormai si pensa a quest’ultima accezione del termine, quella temporale. Ma la “Nostalgia” moderna nasce come “malattia” dei soldati lontani da casa, nel 17° secolo. Un male "spaziale", curabile con il ritorno. Mentre la nostalgia odierna - e soprattutto quella musicale, ben raccontata da Simon Reynolds in “Retromania” - è uno struggimento senza cura, per un tempo che non c’è più, che non può tornare. Un male che si può solo alleviare (ri)cantandolo o riascoltandolo.
“Nostalgia” di Annie Lennox è un disco di cover - pardon, di standard - che gioca esplicitamente su questo sentimento ambiguo. L'atteggiamento opposto di certi dischi di cover, che giocano in maniera decisamente più ambigua su presunte necessità artistiche, urgenze di reinterpretare canzoni che in realtà nascondono crisi d’ispirazione o semplice voglia di incidere album a basso mantenimento creativo e (presunta) alta resa discografica.

Pazienza se “Nostalgia” è il terzo album di canzoni altrui in una discografia solista fatta di sei album - anche se l’ultimo era un album natalizio che si fece ricordare soprattutto per una delle copertine più kitsch della storia. Ormai Annie Lennox è più un’interprete e con quella bocca può cantare ciò che vuole, per parafrasare un vecchio Carosello.
“Nostalgia” mette assieme una collezione di standard, di iper-classici del canzoniere americano. Non c’è quasi nessuna ricerca particolare: brani come “Summertime” (Gershwin), “Mood indigo” (Duke Ellington), “The nearness of you” (Carmichael), “Strange fruit” (Billie Holiday), “I put a spell on you” (Screamin’ Jay Hawkins, ma richiamato nella versione di Nina Simone), “Georgia on my mind” (Ray Charles). I classici tra i classici.
Ciò che colpisce di questo disco, oltre a ribadire la classe totale della voce di Annie Lennox, è la misura: classe significa non andare mai sopra le righe, anche e soprattutto avendo la potenza per farlo - anche negli arrangiamenti (c’è lo zampino, nella produzione di Mike Stevens e soprattutto di quella vecchia volpe di Don Was).
Troppo sofisticata per fare la cantante pop, Annie Lennox, è pure troppo pop per essere sofisticata. Ai tempi degli Eurythmics era avanti anni luce rispetto al pop che girava attorno, qua riesce ad essere a cantante jazz senza birignao e senza la freddezza precisa di certi album di standard. E’ per questo che canzoni già sentite in ogni salsa come queste funzionano, nella sua versione. Per fare un paio di esempi “God bless the child” sembra una ballata che sarebbe potuta stare nel catalogo degli Eurythmics (almeno in quelli di fine carriera). Una versione come questa di “I put a spell on you” potrebbe - anzi avrebbe dovuto - far parte del repertorio di Amy Winehouse. E così via.
Insomma: di dischi di cover e standard ne non possiamo più. Però poi questa voce si fa perdonare tutto, anche l’ennesimo attacco di nostalgia.