«KINGS OF SUBURBIA - Tokio Hotel» la recensione di Rockol

Tokio Hotel - KINGS OF SUBURBIA - la recensione

Recensione del 13 ott 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

Il titolo del nuovo album dei Tokio Hotel, "Kings of suburbia", è una riflessione sulla relatività del potere e della fama: regnare su qualcosa di irrilevante, essere tutto e niente allo tempo. Era infatti da un po' che il gruppo tedesco restava alla periferia del pop, dopo avere curiosamente dominato per qualche anno un mercato in cui le boyband tradizionali non funzionavano più (diciamo dalla fine dei Blue alla nascita degli One Direction). Tra i fenomeni adolescenziali arrivati alla data di scadenza, i Tokio Hotel non sono stati tra i più compianti (anche perché erano in assoluto i meno divertenti da seguire). Il loro inatteso ritorno, per la prima volta interamente in inglese, non poteva che segnare una netta rottura col passato, cercando di presentare una band cresciuta, competente e potente. L'obiettivo è centrato solo in parte: hanno trovato nuove ispirazioni e si sente la loro voglia di esibirle tutte, ma il prodotto finale non è sempre soddisfacente.




I primi tre singoli sono stati scelti bene e rappresentano appieno la varietà dei nuovi Tokio Hotel. "Run, run, run" è una buona ballata, tradita però da un'interpretazione piatta e compromessa dall'autotune (ci sono molte voci, soprattutto femminili, che la trasformerebbero senza problemi in una hit); "Girl got a gun" è un esperimento post-dubstep accompagnato da un video che deve molto a "Telephone" di Lady Gaga; "Love who loves you back", il brano migliore dell'album, è un synthpop elegante e leggero che subisce l'effetto dei Daft Punk, mentre il video sembra una versione aggiornata e più spinta di "I'm a slave 4 U" di Britney Spears.
Non va altrettanto bene quando cercano un punto di contatto con l'EDM, e le avventure più infelici in questo filone ("We found us", "Never let you down", "Louder than love") sono saggiamente raggruppate nella seconda metà. È normale che, con la sua rinascita, un gruppo che è stato assente così a lungo provi a mettersi in linea con la contemporaneità, ma visto che un altro dei momenti più azzeccati è il revival anni '80 della title-track, forse avrebbe giovato loro incidere un album più vicino ai Tears for Fears che a Skrillex.
"Kings of suburbia" è un reboot che ha più pregi nelle intenzioni che nei risultati, ma che tuttavia riesce a trovare nuovi modi di declinare l'eccentricità di Bill Kaulitz e la sua band. Che possa fare presa su un pubblico di adolescenti nel frattempo diventati ventenni, è un altro discorso.
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