«OBTORTO COLLO - Pierpaolo Capovilla» la recensione di Rockol

Pierpaolo Capovilla - OBTORTO COLLO - la recensione

Recensione del 27 mag 2014 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Pierpaolo Capovilla è un personaggio carismatico e come tutti i personaggi carismatici divide. C'è chi lo ama per quel suo modo unico di cantare e recitare, per quella vena politica e impegnata di molti dei suoi brani, per quel suo essere 'maledetto' dentro e fuori dal palco. E c'è chi lo ritiene insopportabile più o meno per gli stessi motivi.
“Obtorto collo” è il suo primo disco solista ed è Pierpaolo al 100%. Con i suoi pro ed i suoi contro, appunto. Perché se con Il Teatro degli Orrori i suoi pregi e difetti possono essere calmierati dal sound massiccio e incazzato della band, qui è stato reso tutto volutamente più minimale e crudo e quello che ne viene fuori è appunto il suo autore in tutta la sua natura.
L'artista veneto dice di essersi ispirato a gente come Tom Waits, Jacques Brel e Scott Walker, tutti riferimenti che effettivamente compaiono nell'album, oltre ai quali si possono aggiungere anche i connazionali Massimo Volume, Ciampi e Tenco. Però, il punto è che Pierpaolo Capovilla fa Pierpaolo Capovilla ed il suo personaggio prende la scena in tutto e per tutto.
E quindi c'è quel suo modo di interpretare i propri testi (le musiche sono a cura del musicista veneziano Paki Zennaro), che in alcuni episodi come “Invitami” e “Quando”, si trasforma praticamente in un reading (esperienza già fatta da Capovilla con “Majakovskij”); c'è l'impegno politico di storie come quella di “Irene”, nata dall'incontro con una ragazza rom vista fuori dall'ospedale di Treviso, la violenza sulle donne di “Quando” (in un dichiarato omaggio musicale a Tom Waits) e “Ottandue ore”, che racconta la storia di Francesco Mastrogiacomo, un maestro 58enne ingiustamente rinchiuso e deceduto dopo 82 ore di maltrattamento in una struttura psichiatrica. C'è il Pierpaolo che canta storie personali e (a modo suo) romantiche come “Il cielo blu”, “Dove vai” e “Come ti vorrei”, tra gli episodi musicalmente più 'facili' del disco, ma anche più riusciti e ariosi. E infine c'è il Capovilla più oscuro e 'attore' come nella cupissima title-track o nella 'francese' “Bucharest”, scritta proprio nella capitale rumena lo scorso inverno.
“Obtorto collo” è un disco che ha bisogno di parecchi ascolti per essere digerito, difficile da promuovere o bocciare: indubbiamente è un lavoro 'pesante' che resterà sullo stomaco a molti (anche tra i fan del Teatro degli Orrori) e non a caso gli episodi più riusciti sono quelli più 'leggeri' e 'pop' del lotto. Allo stesso tempo è lodevole il tentativo del cantante veneto di mettersi a nudo in questo lavoro solista, perché di critiche se ne possono fare molte, ma un grande pregio questo disco ce l'ha: la sincerità. Chi ama il personaggio Capovilla lo seguirà, gli altri continueranno a non apprezzarlo. E lui, come sempre, se ne farà una ragione...
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