«I NEVER LEARN - Lykke Li» la recensione di Rockol

Lykke Li - I NEVER LEARN - la recensione

Recensione del 19 mag 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

All'inizio dell'anno scorso, un remix di "I follow rivers" di Lykke Li iniziò a scalare le classifiche di tutta Europa senza una ragione precisa. La cantante aveva finito da un pezzo la promozione dell'album contenente il brano originale (che nel 2011 era perfino stato un singolo, sebbene pochi se ne accorsero), ma la versione del DJ belga The Magician, con un ritardo di due anni, diventò un successo prima radiofonico e poi commerciale. Mentre tutta Europa ballava "I follow rivers", Lykke Li era a Los Angeles, bazzicava con David Lynch e registrava il suo terzo album. Un altro artista che all'improvviso si trova in mano un successo dance involontario forse avrebbe strutturato la sua opera seguente attorno a quelle sonorità, cercando di sfruttare un mercato che gli si era materializzato davanti senza nemmeno chiederlo. Non Lykke Li. 

Qualche mese fa, l'artista svedese presenta il primo assaggio dal nuovo lavoro e la discoteca non potrebbe essere più lontana. "Love me like I'm not made of stone" è un video cupo e riflessivo in cui la cantante gira su se stessa in stato confusionale; il brano è scarno e ruvido, Lykke piange un amore finito su una chitarra che esita quanto la sua voce. È un demo e verrà lasciato tale, con le sue imperfezioni, persino nella versione dell'album. È l'esempio più estremo di "I never learn", ma anche nelle otto tracce restanti non c'è nessun accenno di serenità e sembra non ci sia nemmeno la voglia di cercarla. Il titolo dell'album suggerisce proprio questo: la ventottenne non ha ancora imparato, e non imparerà mai, a sopravvivere alla fine di un amore, ma ha anche accettato che la sua arte si nutre di questo. Nel corso della sua trilogia discografica, Lykke Li ha dapprima proposto un indie-pop naïf e colorato per poi perdere gradualmente ogni inibizione, consegnandoci una fotografia sempre più nitida del suo animo. Oggi non ha paura di sembrare troppo drammatica nelle sue torch song: quando canta "non amerò mai più" ("Never gonna love again") suona come un'adolescente che si confronta con la prima delusione sentimentale; quando dice di essersi guadagnata un cuore d'acciaio ("Heart of steel"), si fa addirittura aiutare da un coro gospel per accentuare la solennità dell'affermazione. Eppure, Lykke riesce a non risultare patetica perché l'onestà che trasuda dalle power ballad di "I never learn" non ci fa mai sospettare che stia esagerando.
Il suo fedele collaboratore Björn Yttling (dei Peter Björn & John) si è evoluto con lei creando una coppia artisticamente inossidabile, e anche Greg Kurstin, che qui produce due brani, s'immerge nel mondo di Lykke Li lasciandosi dietro tutti i suoi scintillanti successi pop. È un album che trova nove modi per declinare il cuore infranto della cantante, ma che, durando solo 33 minuti, sa anche fermarsi prima che l'ascoltatore rimpianga lo svago di "Youth novels" o l'aggressività di "Wounded rhymes". Il successo di "I follow rivers" è destinato a rimanere un'eccezione nella sua discografia, ma "I never learn" è un lavoro che consolida un'artista che, pur di assecondare i suoi impulsi e presentarsi senza filtri, è pronta a sacrificare i riscontri commerciali (e forse anche la sua serenità).
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