«THE CAUTIONARY TALES OF MARK OLIVER EVERETT - eels» la recensione di Rockol

eels - THE CAUTIONARY TALES OF MARK OLIVER EVERETT - la recensione

Recensione del 17 apr 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Dove mi trovo. Da dove vengo. Dove sto andando. L'inizio, il punto di mezzo e l'epilogo di "The cautionary tales of Mark Oliver Everett" sono marcati dai punti cardinali, dalle domande basilari dell'esistenza umana e sul senso della vita. Mica roba da intrattenimento leggero, ma mr. E ci ha abituati a questa profonda introspezione, nei bruschi saliscendi emotivi della sua produzione sempre segnata profondamente dal suo vissuto. Dalle esperienze di vita, stavolta, Everett ha tratto - come da titolo - una serie di piccoli racconti moraleggianti, di aneddoti ammonitori innescati in parte dalla fine di un rapporto amoroso e che vogliono indurre i suoi ascoltatori a non commettere gli stessi errori, a "non essere così stupido come lo sono stato io". Un piccolo manuale di sopravvivenza, insomma, e una sorta di capitolo secondo della sua autobiografia dopo il libro, "Things the grandchildren should know", pubblicato con successo sei anni fa.

C'è continuità col passato, dunque, un filo rosso che si dipana riprendendo la storia dal punto in cui era stata interrotta. Non musicalmente, però: Everett è un camaleonte, e oggi certi fragori rock di "Wonderful glorious" e del tour conseguente sembrano lontanissimi. Dice di essersi ispirato all'urlo primordiale di John Lennon con la Plastic Ono Band, ma se i testi conservano quella sincera brutalità e spietata crudezza le musiche dipingono invece quadretti intimi, delicati, fragili e in tinta pastello. Sussurri vocali, chitarre acustiche arpeggiate, riverberi di elettrica e pianoforti si appoggiano sovente a una discreta ma ampia orchestra catturata in presa diretta nell'home studio di Everett, tra violini, viola, violoncello, fagotto, corni inglesi e francesi, clarinetto, flauto, sassofono, tromba, sega musicale, celesta e un glockenspiel il cui suono tintinnante colora diversi pezzi del disco. Gli hanno arrangiati gli altri eels , Koool G Murder, The Chet, P-Boo e Knuckles, a fugare ogni dubbio che si tratti di un disco solista, composto e registrato in solitudine. Così non è, per quanto la scrittura resti personale anche quando è collettiva e l'esecuzione rimanga sempre trattenuta, in punta di penna (un plauso implicito alla versatilità di questa band). L'intro di "What I'm at" è strumentale e cameristico, apparentemente placido e sereno, e la ballata folk "Parallels" - esplicito il richiamo a quei mondi paralleli teorizzati dal padre del musicista, il fisico quantistico Hugh Everett III, e già oggetto di un apprezzato documentario - esprime una voglia di acusticità non troppo dissimile da quella sfoggiata da Beck nel suo ultimo "Morning phase".

Avendolo composto e registrato prima di "Wonderful glorious" e poi accantonato, Everett ha avuto modo di meditarlo a fondo, il disco, buttandone via metà e riscrivendolo, forzandosi di essere ancora meno accondiscendente con se stesso ("Se non mi sento a disagio", ha spiegato a proposito della genesi delle canzoni, "vuol dire che non sono abbastanza vere. Dovevo scavare un po' più a fondo"). Eppure le sue sofferenze, i suoi conflitti interiori e i suoi demoni sempre presenti ne increspano appena la superficie, sublimati in ariose composizioni come "Lockdown hurricane", malinconica melodia dall'ampio respiro che ricorda certo grande pop orchestrale degli anni Sessanta, nel terso minimalismo di "A swallow in the sun", nella leggiadra freschezza di "Mistakes of my youth" o nel ritmo saltellante - un'eccezione, in questa raccolta - di "Where I'm from", con aromi di Simon & Garfunkel e un toccante riferimento alla tragedia personale di un uomo che ha perso presto tutta la sua famiglia ("Tre spettri sedevano con me sul divano ieri sera/inseguendo il tempo passato)/E' un bel po' che non ci ritrovavamo tutti insieme/e sapete che ci penso spesso"). Altrove l'inquietudine affiora, ma senza mai esplodere: "Agatha Chang" è un piccolo romanzo crepuscolare in cui la voce si fa narrante, mentre "Dead reckoning" ha il ritmo di una marcia funebre e il tono melodrammatico di un'opera teatrale. Gioca con efficacia anche sulla sua limitata timbrica vocale, il signor E, passando dai toni rochi e gravi di "Gentlemen's choice" (la cui melodia vecchio stile può rammentare Randy Newman ) al falsetto di "Kindred spirit" e della scheletrica, ossessiva filastrocca "Series of misunderstandings", mentre "Answers" si concede belle aperture corali e una possibile soluzione agli enigmi della vita. Everett stavolta ha innestato la sordina. Ma come quasi sempre accade con gli eels il cuore del disco resta denso, problematico, sofferto, aggrovigliato, ("Vivo ogni giorno nel rimpianto e nel dolore", confessa il leader in "Kindred spirit"), e l'ascolto non è una passeggiata anche quando le cose sembrano facili e le melodie accattivanti. Il nuovo, azzeccato termine per questa musica l'ha coniato lui stesso: "Uneasy listening".
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