«FLOR - Flor» la recensione di Rockol

Flor - FLOR - la recensione

Recensione del 17 apr 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tra i tanti nomi che Catania ha regalato al rock italiano ce n’è uno che in molti, purtroppo, si sono dimenticati: i Flor de Mal, poi diventati semplicemente Flor. Anche loro parte di quella straordinaria esperienza che fu la Cyclope Records di Francesco Virlinzi: pubblicarono tre dischi nei primi anni ’90, con ospiti come Natalie Merchant e i R.E.M. - di cui Virlinzi era amico storico, tanto da riuscire a farli esibire assieme ai Radiohead allo stadio della città nell’estate del 1995 - concerto che venne aperto proprio dai Flor.
Il loro suono era remmiano fino al midollo, chitarre arpeggiate e melodie, ma con un taglio diverso e originale dato dalla voce scura, cartavetrata di Marcello Cunsolo, dai suoi testi spesso cantati in siciliano.
Virlinzi, scomparve prematuramente nel 2000. Ma l’ultimo disco della band, “Aria”, è datato addirittura 1995, l'anno del concerto dei R.E.M.. Poi più niente per quasi 18 anni. L'anno scorso, un disco a nome del solo Cunsolo, che oggi rispolvera la sigla Flor (facendosi accompagnare dal batterista Saverio Malaspina), e pubblica questo disco con la Prisoner Records di Michele Bitossi (Numero 6).
Il tempo si è fermato o forse si è semplicemente rimesso in moto proprio là dove si era fermato: “Flor” è un disco di una semplicità disarmante, come la sua copertina - il nome composto da fiammiferi - e come le foto del libretto. 11 canzoni che sono 11 fotografie scattate con chitarre acustiche ed elettriche che potrebbero essere Rickenbacker a 12 corde (e se non lo sono il senso è quello). Non c'è altro, c’è solo la melodia dritta di “Guarda che bello” e “Sempre di più”, “Mitiche idee”, la psichedelia di “Alzati e cammina” o “Incastonati”.
I riferimenti musicali sono quelli: “Senza una logica” sembra uscire dritta da “Reckoning”, almeno musicalmente. Perché poi le melodie di Cunsolo sono solo le sue, con quella voce scura, quasi sussurrata, che stempera i suoni solari delle chitarre. Peccato che ci sia una sola canzone in siciliano - “Comu cani”, basata solo su voce e basso - perché quella voce e quel dialetto funzionano davvero bene assieme, oggi come allora.
Visti questi riferimenti, è un facile gioco di parole dire che “Flor” è un album fuori dal tempo. (Nota a margine: qualcuno si ricorda gli Out Of Time, band cuneese degli anni ’80 che faceva power pop byrdsiano? Si, ben prima che quell’espressione venisse scelta dai R.E.M. per il loro disco di maggior successo). Ma l'essere fuori dal tempo è il bello di "Flor". Semplicemente un gran bel disco di rock. Ben tornati.
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