«BUILT ON GLASS - Chet Faker» la recensione di Rockol

Chet Faker - BUILT ON GLASS - la recensione

Recensione del 15 apr 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

Il nome è uno di quelli che ti fa strappare un sorriso, e la cosa potrebbe essere fuorivante. Cioè, senti il nome Chet Faker e ti aspetti di ascoltare un burlone à la Al Yankovic, oppure un dj che gioca a destrutturare la musica jazz con beat impazziti. E invece Nicholas Murphy – il barbuto cantante australiano che si cela dietro al nomignolo – è un eccellente e serio interprete nonché autore di uno dei migliori esordi di quest'anno. Probabilmente il nome lo avrete già intercettato circa tre anni fa, quando girò in rete una sua versione di “No Diggity”, canzone caposaldo del nuovo r'n'b, che arrivò rapidamente al vertice della classifica di The Hype Machine (nonché colonna sonora dello spot Beck durante il Superbowl dello scorso anno). Dopo una serie di collaborazioni con il dj australiano Flume e un apprezzato EP, ecco finalmente il disco d'esordio.
Si presenta in effetti come un vecchio e caro long playing con due lati piuttosto diversi l'uno dell'altro e con tanto di traccia sonora – chiamata “/” - dove la voce ipnotica di Nicholas/Chet didascalicamente recita “This is the other side of the record. Now relax still more and drift a little deeper as you listen.”
La prima parte del disco è quella più soul e r&b oriented, ricca di potenziali singoli, e che mette in mostra le grandi e versatili doti vocali di Chet Faker, capace di un'impressionante gamma di toni e timbri. “Release your problems” è un torrido r&b che ricorda “Do you remember” di Jill Scott, il singolo “Talk is cheap” con le sue continue sovrapposizione di voci e quel sax tornato prepotentemente di moda, e infine “Melt”, un affascinante slow in ¾ ma sopra un battito a 4/4 eseguito insieme alla cantante newyorkese Kilo Kish, sono i pezzi che colpiscono subito.
Nella seconda parte del disco siamo più sui territori glitch già sperimentati con Flume e con atmosfere vicini alle cose di Caribou e Four Tet. Ma rimane la voce di Nicholas Murphy (no, ecco, Chet Faker non si può sentire) (bene l'ho detto) a fare da comune denominatore, sia quando è filtrata e camuffata (“Blush”), quando intensa e dolente (la bella “Cigarettes & loneliness” sul solco del Postal Service) o usata come strumento musicale (lo spiritual “Lesson in patience”) con suoni che fanno dal caro e caldo Balearic style (“1988” altro potenziale singolone) fino al lento r&b leggermente jazzato (“Dead Body”) che chiude come si era aperto il disco, sfumando lentamente.
“Built on glass” è un gran bell'esordio e, sebbene per raccontarlo sono stati usati molti riferimenti e pietre di paragone, il disco mantiene una propria identità e originalità, data sopratutto dalla sua dinamicità, multistrato e diversificata, raggiungendo anche territori pop mainstream, e che fanno di Chet Faker/Nicholas Murphy uno degli interpreti più interessanti del 2014.
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