«CAUSTIC LOVE - Paolo Nutini» la recensione di Rockol

Paolo Nutini - CAUSTIC LOVE - la recensione

Recensione del 14 apr 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Alzi la mano chi 8 anni fa avrebbe scommesso su Paolo Nutini. Certo, sì: ebbe successo. Era più o meno la metà degli anni zero, il periodo in cui esplose anche James Blunt, quelli in cui un ragazzino scozzese dal nome italiano rischiava di sembrare solo un altro cantautore un po' mieloso, pronto a occupare le classifiche (e a prendersi guegli stessi sberleffi che perseguitano ancora James Blunt, a cui lui risponde con ironia sui social network). Scommettere sulla sua credibilità e su un’evoluzione di questo genere? Chi ci avrebbe creduto?
Già in “These streets” (2006) c’era ben più di un indizio, a volerlo leggere. Poi arrivò “Sunny side up” (2009) ed ecco la sorpresa: un disco tra reggae e vintage, ben più maturo dei venti e qualcosa anni del ragazzo, prodotto da quella vecchia volpe di Ethan Johns. Altra lunga pausa, altro disco, altra sorpresa: “Caustic love”.
Oddio, chiamarla sorpresa a questo punto non è più corretto. Ma certo è che l’intro scura di “Scream (Funk my life up)” è qualcosa che non ti aspetti come primo singolo da uno che è stato lontano dalle scene per anni e che ha questa storia. E il sound retro-soul continua con “Let me down easy”, aggiornato con un piglio e un beat che ricorda un po’ le (belle) cose fatte dagli Heavy. E così via.
Non c’è nulla di nuovo, alla fine in “Caustic love”. Ci sono echi del lavoro di modernizzazione della musica black che Mark Ronson ha fatto su Amy Winehouse, ci sono canzoni che sembrano uscite dal catalogo Stax e da quel mondo. E c’è sempre quell’amore per suoni, vintage che è il vero segno di continuità tra “Sunny side up” e questo album. Ma quello che c’è è perfettamente dove deve essere, scritto e arrangiato come si deve: pura classe. E sì che ora non ha neanche più un produttore d'esperienza a coprire le spalle: “Caustic love” se l’è inciso quasi da solo, con Dani Castelar (che prima era “solo” un ingegnere del suono), visto che altri produttori lo hanno rifiutato. E ha vinto lui.
Basta prendere una canzone come “Better man”: una ballata classica che più classica non si può, ma dove non c’è una virgola fuori posto, a partire dalla voce, che con un’interpretazione pulita ma sentita allontana di un bel po’ il rischio-banalità, sempre dietro l’angolo in brani come questi.
Per non parlare di “Iron sky”, che è il gioiello dell’album: “cinematografica”, si dovrebbe dire, e non perché Nutini si permette di inserire il monologo di Charlie Chaplin ne “Il grande dittatore”, ma per il crescendo scenografico di batteria, archi e fiati.
E’ tutto così, “Caustic love”. Forse non ha un singolone, un brano appiccicoso da canticchiare - anche se il duetto con Janelle Monae su “Fashion” non scherza. Ma non è questo il punto. Il punto è che un album caldo, nei suoni e nell'interpretazione, con ottime canzoni e personalità.
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