«DO TO THE BEAST - Afghan Whigs» la recensione di Rockol

Afghan Whigs - DO TO THE BEAST - la recensione

Recensione del 08 apr 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Le reunion hanno una serie di variabili: l’importanza storica della band/artista, la sua fama originaria, il tempo passato dallo scioglimento, la quantità e qualità dei membri originari coinvolti nel ritorno, la scelta di tornare “a bomba” (disco nuovo, tour e annesso strombazzamento mediatico) o di iniziare con calma, con concerti sparsi, poi tour, poi un disco.
Da queste variabili derivano solitamente qualità dei prodotti e soprattutto il modo in cui vengono accolte. Anche se poi le reazioni sono quasi sempre tre: il fan entusiasta (“Finalmente!”), il fan scettico (“Erano meglio prima, meglio non toccare il ricordo”), lo scettico e basta (“Un’altra reunion inutile?”). A cui si aggiunge il convertito, quello che (ri)scopre la band.

Ragionare sul ritorno degli Afghan Whigs secondo queste variabili produce una reazione complessa, non univoca, pure per uno come me che rientrerebbe nella categoria fan/ammiratore: li seguivo al tempo e avevo un’ammirazione sconfinata per quello che hanno fatto.
Anche mettendo da parte il fandom e la nostalgia, c’è che gli Afghan Whigs sono state una delle band migliori e più sottovalutate del rock anni ’90. Nell’esplosione del grunge, Greg Dulli & co facevano rock crudo, ma con un taglio diverso, recuperando un’atmosfera cupa e nera (nel senso di "black", citando il soul spesso e volentieri). Ma non riuscirono a cavalcare l’onda del ritorno del rock, non ottennero la fama di molti coetanei e naufragarono nel 2001 - ma “Black love” (’96) rimane una capolavoro vero di quegli anni. Poi arrivarono i Twilight Singers, con cui Dulli si dedicò meno al rock e più ad atmosfere cupe e cercò di esorcizzare i suoi demoni.
Quindi una reunion estemporanea (due pezzi inutili per una raccolta nel 2006), seguiti da una reunion vera e propria: tutta la band, meno il batterista Steve Earle si ritrova per concerti nel 2012 (e funziona: passarono in Italia, con due gran concerti). A due anni di distanza arriva il primo album in 16 anni, “Do the beast”.

Solo che non è un disco degli Afghan Whigs.

Non del tutto, almeno: perché nel frattempo, se n’è andato Rick McCollum, chitarrista che con i suoi riff taglienti e sincopati aveva dato una delle impronte sonore più forti del gruppo. Dulli è rimasto con il bassista John Curley e altri musicisti (con cui collabora dai tempi dei Twilight Singers - tra questi c’è anche il nostro Manuel Agnelli, ad una sua frase pronunciata sentendo il beat di “Matamoros” si deve il titolo del disco).

Detto questo, “Do the beast” è un gran bel disco: rock sporco, morboso, cattivo, nero, come ai bei tempi. Basta sentire l'intro stile Motown di “Algiers” - che poi si apre in una ballata acustica che sa di western. O “The lottery” e “Royal cream” che con i loro riff ricordano gli Afghan Whigs d’annata - più eccezioni che regole. O ancora il finale con la suite di "Royal Cream" che sfocia nel beat di “I am fire” che a sua volta sfuma in “These sticks”, con un crescendo veramente intenso in termini emozionali.

Però.

Ci sono due “Però”. McCollum ha grossi problemi personali, dice Dulli; la sua rinuncia ha sbloccato la lavorazione dell’album - creando un paradosso: un album degli Afghan Whigs con lui non sarebbe stato possibile. Ma la sua assenza si sente, eccome. “Do the beast” è Dulli che torna al rock, a quell’elettricità dei primi tempi, messa da parte nei Twilight Singers. Ma non sono gli Afghan Whigs, non del tutto. Mancano le rasoiate di McCollum, e non è poco.
L’altro però è che questo album suona davvero male. Non nel senso del sound - che unisce e bene diversi mondi, come si diceva poco fa. Ma proprio nella registrazione: è ipercompresso, impastato, opaco; si fatica a distinguere gli strumenti anche con un buon paio di cuffie. In almeno un caso, in “The Lottery”, Dulli usa la distorsione come strumento espressivo, costruendo un muro di chitarre che spesso arriva volutamente in alto. Ma per il resto mettere a paragone “Do the beast” con i dischi degli anni ’90 dei Whigs è quasi impietoso, per come in questi il suono era più nitido e tagliente.
Sarà una scelta, ma è davvero un peccato: è una caratteristica che rovina un buon album. A prescindere che sia un disco degli Afghan Whigs o di Greg Dulli con i suoi amici.
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