«CHANGE EVERYTHING (DELUXE EDITION) - Del Amitri» la recensione di Rockol

Del Amitri - CHANGE EVERYTHING (DELUXE EDITION) - la recensione

Recensione del 24 gen 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Erano fuori dal tempo già negli anni '80 e ’90, i Del Amitri; figuratevi adesso. Ed è per questo motivo che questo album e gli altri della loro discografia rimangono dei piccoli gioielli misconosciuti. Almeno da noi - che li conosciamo solo indirettamente perché una loro canzone, “Driving with the brakes on” dall'album successivo a questo, “Twisted”, è stata italianizzata dagli Stadio in “Muoio un po’”.
I Del Amitri si erano sciolti nel 2003 - il loro leader Justin Currie ha continuato da solo, producendo tre ottimi dischi solista, ancora più di nicchia, l’ultimo “Lower reaches” di pochi mesi fa. E poi la reunion con il chitarrista, che ha prodotto un tour in partenza in questi giorni in UK - dove invece arrivarono in classifica diverse volte - e una ristampa dei tre album centrali della loro discografia - questo (1992), il precedente “Waking hours” (1989) e il successivo “Twisted” (1995) - tutti in versione doppio CD, con una vasta collezione di lati b, rarità e inediti.
Ma non li prenderete o ascolterete per le rarità, immaginiamo - perché da noi i Del Amitri non hanno mai attecchito: sono un gruppo da scoprire, non da riscoprire - se li ricorderanno i pochi affezionati. Scozzesi di Glasgow, sembravano americani in tutto e per tutto - tranne per il primo disco eponimo, che non c’entra niente con il resto della discografia. Già al secondo disco, “Waking hours” mostrarono tutt’altra pasta rispetto al pop degli esordi: rock, folk, e una voce calda tra romanticismo e ironia nelle parole: potete seguire Currie su Twitter, adesso - ha conservato lo stesso tono. Funzionò, tanto che “Change everything” arrivò al numero 2 delle classifiche inglesi - ed è la cosa migliore che hanno fatto.



Basterebbe da sola una canzone come “I won’t take the blame”, con quel suono e con quel verso finale (“And the steps of this stone church are peppered with confetti hearts/ Like a million little love affairs waiting to fall apart”) per rendere grande un disco del genere e per consigliarvelo. (Per andare sul personale: è una delle mie canzoni preferite di quel periodo). Ma la verità è che la musica dei Del Amitri suona ancora bene oggi: il riff di "The ones that you love lead you nowhere”, l’arpeggio di “Behind the fool”, il country-rock californiano di “As soon as the tide comes in”, il folk di “Be my downfall”: non c’è una canzone sbagliata in questo album - e la capacità di scrittura del gruppo è dimostrata dalla qualità delle b-side - la ciliegina sulla torta. Insomma: se vi piace il genere, vi godrete i Del Amitri: erano già classic rock negli anni ’90 e non lo sapevano. Oggi sono classic rock e non lo sappiamo noi.
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