CANZONI CONTRO LA NATURA

La Tempesta Dischi (CD)

Voto Rockol: 3.5 / 5

di Ercole Gentile

Gli Zen Circus sono ormai da qualche anno una delle realtà più consolidate nel panorama underground italiano. La svolta l'hanno avuta indubbiamente con il passaggio definitivo al cantato nella loro madrelingua, con la quale si cimentano in toto da due album a questa parte: “Andate tutti affanculo” (2009) e “Nati per subire” (2011). Spesso si dice che per il pubblico italiano sia fondamentale capire i testi per entrare in sintonia con le band che ha davanti: talvolta è vero, altre no. Nel caso di Appino e soci lo è, perchè gli Zen trasmettono con le loro parole l'essenza di ciò che sono: persone semplici, ma argute; irriverenti, ma non irritanti; e soprattutto reali e trasparenti nel rapporto con il loro pubblico.
“Canzoni contro la natura” arriva dopo un anno di pausa totale per la band (fatto di per sé normale, ma non per un gruppo abituato a vivere sul furgone), nel quale Appino ha dato alle stampe il suo primo album solista “Il testamento”, ben accolto quasi ovunque per quella capacità di differenziarsi dai lavori della band, molto più intimo e nudo. Il nuovo Zen è stato registrato e prodotto in totale autonomia, con l'obiettivo – a detta della formazione toscana - di essere ancora più diretto anche su disco, come lo sono già dal vivo.
L'ottavo album del 'circo' pisano inizia con quello che può essere già considerato un inno: “Viva”. Un pezzo rock deciso ed azzeccato, testo perfetto (“amici siamo simili ma certo non uguali, io lo so che sono in crisi senza leggere i giornali, sono in crisi da una vita forse è la mia natura anzi penso vivamente che sia proprio una fortuna”) e finale da apoteosi live da cantare tutti in coro con gli Zen che sbeffeggiano a destra e sinistra, perchè loro, da anarchici dentro quali sono, in questi casi non si fanno troppi problemi (“Evviva l'Italia, Viva la figa, Viva il Duce, Viva la vita, Viva la pappa col pomodoro, viva la pace, evviva il lavoro” e via così). Centro.




Altri due episodi degni di nota sono la title-track e “Albero di tiglio”. La prima inizia con un'intro quasi space-rock per poi tirare l'affondo con chitarre elettriche nel mezzo ed un'idea di fondo interessante sul rapporto tra uomo e natura, dove quest'ultima è da temere oltre che da preservare (“Questa è una canzone contro la natura, quella che davvero fa paura, è una croce che porti addosso da un po', dal momento di fatto in cui hai messo piede sulla terra”). E sul finale ci si affida anche alle parole di Giuseppe Ungaretti.
La seconda gioca con Dio, immaginando che invece che a nostra immagine e somiglianza, egli sia un albero, un tiglio per la precisione, e si diverta a prenderci in giro (“Davvero avete creduto che potevo esservi amico, nessuno con questo potere vorrebbe mai fare il bene”): un tappeto pop-rock che esplode in un finale strumentale potentissimo alla Verdena, per rimanere in terra italica.
Queste sono le tre bombe. Il resto del disco non scende mai sotto una certa soglia più che dignitosa, tra punk-folk come “Vai vai vai!”, “L'anarchico e il generale”, “Mi son ritrovato vivo”, “Dalì”, sfuriate più rock (“My way”), fino alla lenta conclusione con “Sestri Levante”.
“Canzoni contro la natura” è un disco degli Zen Circus al 100% e dire che oggi la band pisana è il rock italiano non è sicuramente una bestemmia. Che poi Dio abbia sembianze umane o sia un tiglio, bé quello poco importa....