FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING

Constellation (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5

di Marco Jeannin

La voce che apre il disco è quella di Ezra Steamtrain Moss Menuck, figlio di Efrim Menuck. La voce che chiude il disco è quella di Fred Smith degli MC5. Nel mezzo il nuovo album della Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, il settimo dal 2000 a oggi. Sei pezzi, poco meno di cinquanta minuti, scritti e prodotti dalla band canadese, e pubblicati, come sempre, su Constellation, l’etichetta “di famiglia”.

Due voci che racchiudono un disco. La prima, molto giovane, del figlio del chitarrista dei Godspeed You! Black Emperor che lancia i dieci minuti e mezzo di “Fuck off get free (For the island on Montreal)”, dichiarazione d’amore/odio nei confronti della città natale. L’ultima, un po’ più vecchiotta, di Fred Smith, che, in una vecchia intervista tradotta simultaneamente in francese, dice la sua sul significato di musica come sinonimo di vita, totalità della vita; “Rains thru the roof at the grande ballroom”.



Il settimo disco della Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra è il primo album di cui mi capita di parlare in questo 2014, e per questo mi ritengo abbastanza fortunato. Perché è finalmente un disco che stimola la voglia di parlare e di scrivere, un disco alternativo nel senso più stretto che questa parola può significare oggi. Alternativo a cosa? Alternativo al mainstream? Certo, ma senza spocchia. Si chiama maturità e la band di Menuck l’ha raggiunta in pieno a colpi di prese di posizione (politiche e non) e a suon di sperimentazione, che poi è l’essenza della musica “alternativa” marchiata Silver Mt. Zion. Sperimentazione che partorisce pezzi come “Austerity blues”… vetta probabile del disco (perché chi lo sa quale sarà la vetta dopo altri dieci, venti o cento ascolti?) che in quattordici minuti abbondanti regala un viaggio epico e finemente ricamato, quasi trascendente, all’interno del suono firmato Orchesta della Memoria. Mai nome fu più azzeccato, tra l’altro. Un sound che vive di splendide contraddizioni: a volte delicato, melodico, sussurrato (i due minuti e mezzo di “Little ones run” sono uno shock), spesso e volentieri irruente e carico di pathos (“What we loved was not enough” fa sembrare gli Arcade Fire la band dell’oratorio). Menuck, si sa, non ama parlare di post rock, e non è difficile dargli ragione. Qui ormai non si tratta più di cambiare o aggiornare il linguaggio del rock; i Godspeed You! Black Emperor ci hanno già invitato ad archiviare il concetto da tempo (infatti, dovendo, parlerei più di punk folk orchestrale). Più che altro è questione d’interpretazione, di metterci la firma, di dare la propria visione della faccenda. Cosa che i Silver Mt. Zion sono stati perfettamente in grado di fare confezionando un disco che ha tutti i tratti di una vera opera d’arte. Da sentire, vivere, capire. Un po’ “Born into trouble as the sparks fly upward”, un po’ “Horses in the sky”.

Nella musica esiste un mondo parallelo che se ne frega di quello che fanno gli altri. Un mondo in cui i premi non contano un tubo (Polaris, Grammy o chicchessia), in cui le persone dicono le cose come stanno, senza mezze misure (“Fuck off get free we pour light on everything”); un mondo che ama ancora raccontare suoni in totale purezza, che vive per spingersi oltre. Il mondo alternativo della Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra è, per me, il mondo ideale. Questo disco è il disco ideale.