«WIG OUT AT JAGBAGS - Stephen Malkmus» la recensione di Rockol

Stephen Malkmus - WIG OUT AT JAGBAGS - la recensione

Recensione del 07 gen 2014 a cura di Davide Poliani

La recensione

"I’m just busy being free", "sono solo occupato ad essere libero", canta in "Independence street" quello che - suo malgrado - venne incoronato re della generazione slacker anni Novanta, e allora vengono subito in mente quelle manette esibite sul palco della Brixton Academy, nel novembre del '99, in occasione dell'ultimo concerto pre-rimpatriata dei suoi Pavement: eppure l'ultimo album di Stephen Malkmus, "Wig out at jagbags", marca proprio la distanza da quel passato. Un po' perché da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, compresa una fortunata quanto ingombrante (e evidentemente catartica) reunion, un po' perché adesso quello che era stato consegnato all'immaginario collettivo come lo studente spilungone, indolente e un po' snob è un quarantasettenne con due figli a carico.

Sarà per questo - e per mille altri motivi - che l'ideale successore di "Mirror traffic" (per il quale in studio fu chiamato nientemeno che Beck in cabina di regia) suona un po' come una chiusura di un cerchio, che segna la pacificazione di un artista col suo passato (proprio perché passato, questa volta definitivamente): lo si capisce innanzittutto dai crediti, quando alla voce "produttore" è accostato il nome di Remko Schouten, l'olandese che dei Pavement fu lo storico tecnico del suono. E lo si capisce ancora meglio ascoltando: la tensione di Malkmus verso il rock che l'ha sempre influenzato rimane - dalla citazione di "St. Stephen" dei Grateful Dead in “Cinnamon and lesbians” al noise di "Shibboleth", innestato su una linea di basso che sembra scippata ai primi Pixies, passando per la psichedelia indolente della stessa "Independence street" e per le cavalcate strumentali che però, per l'occasione, non costringono le canzoni a dilatarsi oltre i cinque minuti e mezzo - ma questa volta, rispetto alle prove precendenti, la scrittura riesce finalmente ad avere la meglio sul mare magnum di rimandi che ha tradizionalmente caratterizzato la sua produzione solista.





Perché è proprio la perizia autoriale di Malkmus ad essere - finalmente - il vero e proprio trait d'union tra una "Lariat", al primo ascolto quasi contemporanea a "Shady lane", e una “Rumble at the rainbo” - o anche a una "Chartjunk", vicine per certi versi alla produzione più recente e sfaccettata: probabilmente non è tutto perfetto, e se da un parte i Jicks non si risparmiano anche quando potrebbero tranquillamente farlo, dall'altra l'atteggiamento svagatamente torrenziale nell'affrontare le nuove composizioni riesce a iniettare quella componente di sano divertimento che ultimamente dai lavori del californiano mancava. Lasciando da parte la psicologia spicciola da rotocalco e l'inevitabile peso di un'eredità importante (e per giunta ribadita non più tardi di tre anni fa) questa ritrovata serenità creativa da parte di Malkmus potrebbe essere anche del tutto accidentale: sbaglieremmo ad aspettarci da lui una dichiarazione d'intenti o un manifesto, perché l'ex socio di Spiral Stairs non è mai stato bravo a farne né - soprattutto - ha mai avuto intenzione di farne. Piuttosto, ci verrebbe da pensare ad una fortunata crisi di mezza età. E fossero tutte così, le crisi di mezza età...
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